Olenekiano

…peu actifs, voraces, croqueurs de petites proies, rôdant sur le sable humide, protégés par une armure impénétrable, rois de la création à une époque où il suffisait d’être solidement charpenté pour obtenir le sceptre…
C. Flammarion, Le monde avant la création de l’homme

Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia.
G. Verga, La roba

Mia sorella Pinuccia è il tipo di parente che ti ritrovi sempre tra i piedi anche dopo che non ne hai più la necessità. In famiglie come la mia il tempo passato insieme è davvero poco; per di più nel nostro caso c’erano davvero troppi figli e mamma, l’unico genitore disponibile, ci ha badato un tanto al chilo e solo finché ha potuto, cioè per poco tempo. Ci siamo separati, io e i miei fratelli e sorelle, nella convinzione che non ci saremmo rivisti mai più. E così è stato tranne che per Pinuccia, che dopo qualche anno di vagabondaggio ha messo su casa proprio accanto a dove sto io.

«Bisogna che te ne vai, Pinuccia» le ho detto quando l’ho scoperto.

«Dimmi una sola ragione per cui dovrei farlo.»

«Qui comando io.»

«Fin . Da lì in poi comando io. Io sto a casa mia e tu a casa tua, vedrai che non ti accorgerai neanche che ci sono.»

«Bada che se sconfini…»

«E piantala, Erne’.»

Questo primo bisticcio l’ho fatto cadere nel vuoto e me ne sono andato borbottando, perché – mi duole dirlo – in parte ha ragione lei. Qui c’è spazio abbastanza per tre o quattro superpredatori. Il fiume si allarga via via che si avvicina al delta, più a valle di dove siamo noi, ed è raggiunto da un affluente che si vede da qui mentre scava la sua via tra le dune di sabbia. Insomma acqua ce n’è. Sulla riva destra, perlopiù pianeggiante e invasa da acquitrini e acquicelle, crescono piante di palude – licofite, equiseti, cicadee – che diventano arbusti secchi solo a molti giorni di cammino da qui. La riva sinistra, dove mi sono sistemato io, risale invece bruscamente in un altopiano di terra e rocce, dove cresce una foresta di conifere, gingko e bennettitale – e anche di questa non si vede la fine se non dopo molte settimane di vagabondaggi per butte e forre, senza ordine apparente. Il tratto di fiume e di foresta su cui ho messo le mie zampacce anni fa mi mantiene nel comfort, ma di fatto conta un quarto, se non un quinto della regione – senza dire delle zone vicine al deserto, dove magari non si vive così bene, ma si campa. Mia sorella ha ragione quando dice che anche lei può farsi un territorio nelle vicinanze senza per forza darmi fastidio. Sono io che non la voglio tra i piedi.

È che tra noi eritrosuchi – presente? No? Dopo se ho tempo ve lo spiego – la famiglia è sinonimo di rogne. E non solo tra noi. In tempi come questi, un fratello è più pericoloso di un estraneo, perché ti conosce meglio, e se vuole farti fuori sa dove colpire. E mia sorella, a differenza di me, fa le uova – capace che ogni anno scodella trenta, quaranta copie di sé stessa in miniatura che dovranno pur mangiare, e figurati se non sconfineranno da me. Situazioni come queste, da noi, di solito si risolvono con tre regole generali: il vecchio comanda sul giovane, il residente comanda sul migrante, il più grosso comanda sul più piccolo. Con Pinuccia siamo coetanei, grandi uguali ed entrambi residenti; e siccome il dimorfismo sessuale da noi è minimo, non esiste che se sei femmina – o maschio – hai un asset contro l’altro genere. Insomma non c’è soluzione. C’è solo da sopportare.

Sono gli ultimi giorni della stagione secca; li passo all’ombra e mi muovo solo di notte, quando la temperatura è sopportabile. Vado a cercare il fresco in collina, dove gli alberi hanno ancora il fogliame su qualche ramo; e seduto alla base di un tronco, guardo l’orizzonte. Il deserto non ha fine; fa il giro del mondo e torna indietro. Forse da qualche parte ci sono altri fiumi e altri alberi; altrimenti non mi spiego perché il deserto si popoli ogni anno di tanti piccoli puntini colorati, che comincio a vedere addensarsi all’orizzonte proprio insieme alle nuvole nere delle prossime piogge. Devono pure venire da qualche parte, quelle bocche da sfamare. La stagione secca ha stremato il mio territorio e l’ha svuotato di rumori e di carne – mi ero abituato al silenzio e allo sciacquio del fiume quasi in secca, ora profondo meno di quanto sono lungo io; ma tempo qualche giorno e tornerà il chiasso.

In preda al nervoso, percorro il mio territorio in lungo e in largo, pisciando con scrupolo nei suoi angoli più frequentati, le radure aperte, i sentieri scavati tra le felci ingiallite, i massi fermi da millenni in mezzo alla polvere del bosco. Quando le bestiacce arriveranno, devono sapere che qui è tutta roba mia. Arrivano le piogge, finalmente – giorni e giorni di un temporale che gonfia il terreno e ringiovanisce il fiume moribondo. La palude torna a farsi ricca di insetti – le larve escono dal terreno e dai tronchi, mettono le ali, ronzano nei brevi momenti in cui non piove. Io bevo, piscio, lascio le mie orme nel fango, e attendo al riparo di una roccia.

La foresta torna verde e si popola delle solite facce. Straziati da settimane di cammino nel deserto, i kannemeyeria – le mie prede preferite, grasse e muscolose – si sparpagliano, si gonfiano di felci, cagano vigorosamente nel fango degli acquitrini, e ruttano. Cacare – quando mangi verdura – è indice del fatto che digerisci come dovresti e a me personalmente non dà fastidio. Poi con quel corpaccione che si portano dietro, se ne abbatto uno si mangia per giorni. Il trucco è non farsi chiudere un arto nel loro becco; come spezzano e strappano le radici, così fanno con le tue ossa, se poco poco pretendi di dire la tua.

«Salve. Lei è vecchio e malato. A occhio si è pure beccato una brutta infezione intestinale. Non dica di no, le ho annusato le feci.»

(rutto)

«Insomma io adesso la mangerei, se mi dà la gola faccio in fretta e lei soffre meno.»

(rutto)

Procedo a mordere. Questi sono i kannemeyeria. Avrete capito che oltre ad averli per cena, non destano il mio particolare interesse.

Mi interessa – dico di più: mi fa incazzare – quando annuso il piscio di un altro carnivoro che non dovrebbe andare in giro nel mio territorio. Dicevo che io, mia sorella e quant’altri siamo gli eritrosuchi, abbiamo la testa grande, molti denti, e sculettiamo quando camminiamo per via della colonna vertebrale. Noi siamo i nuovi carnivori della zona, pochi milioni di anni, praticamente ieri. Prima di noi c’erano questi carnivori pelosi e coi baffi, i cinognati (vostri antenati, se non sbaglio?), che però da quando siamo arrivati noi hanno avuto il buon gusto di estinguersi pian piano. Poi ogni tanto ne salta fuori uno, non si capisce da dove. L’odore lo riconosco subito e m’incazzo. Galoppo su e giù per la foresta, guado il fiume, annaspo nella palude, prendendo a calci chi trovo, sento una pisciata fresca e punto dritto verso le rive dell’affluente del fiume, sicuro di pescare l’intruso.

Lo trovo in una radura, non solo cadavere, ma pure già mangiato. Gli mancano tutti gli organi interni e un bel po’ di muscoli. Gli è rimasta la sua faccia da culo, circondata da mosche che gli piluccano gli occhi. Annuso le ferite. C’è una bava che conosco troppo bene. Seguo la traccia col nasone a terra, sculettando su quattro zampe. Sulle rive del fiume, dove arrivo finalmente calpestando un tappeto di felci, c’è mia sorella Pinuccia. Faccio per dire:

«Tu non ti devi permettere di regolare i tuoi conti a casa mia.»

Ma poi realizzo che:

1. Qui siamo nel suo territorio, il mio finiva grossomodo dov’è morto il cinognato;

2. Mia sorella non è sola, c’è uno che la sta chiavando.

È un maschio più giovane, appena adolescente – forse la sua prima volta? – che la ingroppa come se dovesse morire domani, sbattendo le mandibole. Pinuccia, a gambe aperte e coda in alto per permettere l’ingresso del suo arnese nella di lei cloaca, sta con la testa bassa in perfetta indifferenza.

«Ma ti pare il caso di metterti a scopare così, de botto, senza senso?»

Si volta verso di me:

«Sono in calore, cazzo vuoi.»

«Ma non è la stagione.»

«Sei sempre stato un ritardato» commenta; e infatti comincio in quel momento a sentire i feromoni nell’aria, indizio che a breve devo chiavare anche io. Ma ogni cosa a suo tempo:

«Hai ucciso tu il cinognato?»

«Sì, embè?»

«Stava nel mio territorio.»

«E capirai, per due passi. Lo braccavo da un’ora.»

Il maschio che la sta chiavando finisce di scaricarle nella cloaca, e goffamente si disimpegna dalla sua groppa, atterrando sulle quattro zampe. Mia sorella sculetta per evitare che la sbobba esca, poi riabbassa la coda e rialza la testa.

«Piuttosto, tu che ci fai ancora qui, Erne’? Schioda. Qui è casa mia.»

A corto di argomenti, e francamente arrapato del par mio, arretro brontolando verso il mio territorio. Ho le borse golari gonfie come vesciche infette, rosse come sangue nell’acqua. Il mio piscio cambia odore, comincio a battere il territorio in cerca di femmine vagabonde, le ingroppo e subito le caccio, ché qui siamo a casa mia.

Qualche mese dopo, dalla cima di una collina, nascosto tra i tronchi delle conifere, là dove ho ucciso un kannemeyeria, mentre mi pulisco la bocca con le sue costole seccate dal sole, sento l’odore inequivocabile di Pinuccia e di una trentina di novità, che sparisce subito sotto un tanfo sottile di vegetazione marcia. Sbircio in mezzo al fogliame la cima della collina antistante. La fetente sta deponendo le uova in un buco nel terreno, a gambe divaricate, una sfera bianca gocciolante dietro l’altra: plop, plop, plop; poi con le zampe trascina terra, fronde e rametti sopra quel bel lavoretto. Sono tentato di andare e mangiarmele tutte, anche se non ho fame; ma, come già mia madre, Pinuccia monta la guardia al nido, e se mi avvicino succedono brutte cose.

Frustrato, attraverso da un estremo all’altro il mio territorio, con la pioggia e con il sole, finché non ho sonno o fame, e allora devio per un pisolino o a sgozzare chi trovo. In giro sono arrivate delle novità poco simpatiche, sono questi desmatosuchi, creature con il grugno a punta e una corazza di osso sopra, che ficcano la testa tra le radici o nel fango e, se li disturbi, si accucciano. Rovesciarli sul ventre molle non è ovvio nemmeno per uno della mia stazza. Vedi che non sempre le novità sono buone; questi erbivori freschi freschi hanno escogitato un modo per tenermi a bada. Pazienza, troveremo la quadra anche di queste raspe blindate. Che comunque non si fanno scrupoli a rispettarmi, se m’incazzo per qualche motivo. Quando apro le mandibole, le più pesanti e grosse della regione, e metto in mostra i denti, la foresta intorno a me si svuota. Sono il re. I re sono creature solitarie.

Mi accorgo ben presto che la conversazione dei desmatosuchi non è così povera come quella dei miei amichetti di sempre. Una sera scendo al fiume, ne becco uno che sta bevendo e gli intimo di mettersi a pancia in su.

«Colchete, ché t’adopro.»

(Esistono gli umbri anche tra gli eritrosuchi.)

«No. Guarda bene. Non sono una delle tue femminacce.»

«Non voglio scopare. Voglio mangiarti.»

«No.»

E si accuccia, con gli spuntoni in vista. Provo a manovrare, ma non so dove mordere. Non c’è quasi carne esposta. Ci sto ancora pensando quando dal fiume balza fuori uno xenotosuco e acchiappa tra le mandibole la testa del desmatosuco. Non la riesce a staccare, ché per metà è corazzata, ma gli sega la gola e fa un paciugo orrendo.

«‘uono, quefto, fa lo xenotosuco, con ancora la testa in bocca.»

«Scusa, quella sarebbe roba mia.»

Lo xenotosuco, che è poi un anfibio capitosauro lungo quanto me, soprattutto che ha tanti denti quanto me, molla il cadavere, mi fronteggia e dice:

«Puoi avere gli avanzi quando finisco. Se ne rimangono.»

«A questo punto facciamo a metà.»

E afferro una zampa del cadavere, cercando di tirarlo. Ma lo xenotosuco è più svelto; lo prende tra le mandibole e lo strattona via, lasciandomi con un brandello di carne in bocca. E mentre se lo trascina in acqua, conclude:

«‘cuha, eh. Ma i’ acqua fono un re. I re fono folitari.»

Mi prende pure per il culo. Rientro nella foresta di pessimo umore. Ed ecco che mi trovo davanti, mentre sgattaiola sotto una felce, una copia di me stesso in miniatura.

Mio nipote.

E se ce n’è uno, ce ne sono altri. Le bestiacce sono già state mollate dalla madre, ma sono ancora troppo piccole per andare in giro completamente da sole. Fanno gruppo.

E infatti: un altro che sgattaiola sotto la felce. E un altro. E un’altra. E un altro ancora. Poche femmine, quest’anno – ha fatto molto caldo. Non ci vedo più dalla furia. Galoppo verso i confini tra il mio territorio e quello di mia sorella. Che per fortuna trovo subito: sta dormicchiando accanto a un kannemeyeria che ha spolpato fino all’osso.

«Oh.»

Sbadiglia e apre gli occhi.

«Ancora tu. Che vuoi?»

«I tuoi marmocchi vanno in giro per il mio territorio.»

«Come tutti i piccoli. Lo facevamo anche noi.»

«A casa mia non ce li voglio.»

«Erne’, non mangiano quello che mangi tu. Alla loro età mangiano insetti. Lucertole. Pesce, tiè, se ne trovano. Non ti accorgerai nemmeno che ci sono.»

«Sì, vabbè. E quando crescono?»

«A parte che all’età adulta ci arriveranno in due, se va bene; ma poi che cazzo vuoi che succeda? Se hanno le palle, ti sfideranno per il territorio. Se no, andranno a cercarsene uno. Sono i fatti della vita, Erne’.»

«Non potevi tenerteli vicini ancora un po’?»

«Li ho badati per due mesi, dopo la schiusa. Due mesi, Erne’. Mamma ci ha mollati alla fine del primo. Mi sembra di aver fatto tutto il possibile e pure qualcosina in più.»

«Guarda che se me li trovo tra i piedi io me li mangio.»

«Fai. Non è più affar mio.»

Da quel momento non dormo quasi più, mangio di rado, non ho più pace. Se chiudo gli occhi mi sembra di essere scavalcato da quelle orrende creaturine con la bocca grande. Se vado in giro per la foresta, per gli acquitrini, se risalgo un sentiero in collina, me li vedo dietro ogni tronco, sotto i funghi, tra gli equiseti. Se abbatto una preda, scruto nel sottobosco, temendo che spuntino da ogni angolo. E lì spuntano sul serio, affamati, aspettando educatamente che io finisca di mangiare per portare a casa qualcosina. Mi allontano, fingo disinteresse. Aspetto che il primo si avvicini alla carcassa. Lo uccido con una zampata. Gli altri scappano. Ne inseguo uno, lo pesco prima che scompaia nel sottobosco, lo inghiotto intero.

La stagione umida finisce che sto ancora massacrando i miei nipoti, tutti quelli che trovo. Passo il tempo a cercarli. Il rumore del vento tra le fronde dei gingko mi pare lo scalpiccio dei loro piedini. L’ultima pioggia dell’anno e gli ultimi bagni di vapore che si sollevano dalla foresta mi attraversano come se non ci fossi. Ci pensa il sole, due volte più forte, a crepare la terra ormai arida, e a ricordarmi che siamo – per l’ennesima volta – nel cuore della stagione secca.

Lì anche il mio odio deve darsi una calmata. Ogni stagione secca è un caso a sé; e non la si può dare mai per scontata. Ci puoi morire ogni volta, e non sai se ce l’hai veramente fatta finché non arriva la prima pioggia della stagione successiva. Il paesaggio si fa brullo, il fiume si riduce ad un rigagnolo, la palude si asciuga e il fondale si crepa. I kannemeyeria se la battono per primi, cercando di raggiungere climi più accoglienti – risalgono il fiume verso le montagne. I desmatosuchi restano, a mollo nel fango finché non si solidifica, sempre col muso in mezzo alle radici. Se voglio dell’ombra, mi tocca cercarla sotto le rocce immobili nella foresta, o sotto le cupole delle conifere. Passo molti giorni fermo a prendere quel poco vento che ancora soffia, per evitare che mi venga fame troppo presto.

Son tempi di magra, s’è bell’è capito. I kannemeyeria più vecchi e malati, quelli che non sono riusciti a tenere il passo della mandria, per un po’ mi durano. I cinognati sono sempre di meno. Nel sottobosco provo a dare la caccia a qualche howesia, presente quei simpatici animaletti a forma di tubo che fanno la tana sottoterra? Sono vostri antenati anche loro, tra l’altro. Ma non è semplice stanarli. Mi guardano dal fondo delle loro tane con gli occhietti incastrati sopra il beccuccio, io li guardo, e lì finisce. Riesco ogni tanto a capovolgere un desmatosuco. Il fiume si ritira sempre di più e la foresta si svuota. Quest’anno butta male.

Scendo al fiume dopo qualche settimana che non mangio. Mi si vedono le costole. Arranco verso il centro del fiume e bevo. Quanto tempo è passato? Forse due mesi. E siamo già ridotti così? Butta malissimo. Bevo fino a vomitare. Annuso il letto del fiume disseccato, sai mai che si trovi qualcosa. Sento un odore putrefatto, proprio qui sotto. Scava scava, con le unghie nella terra farinosa, ecco una guaina di pelle viscida. La buco con un artiglio – esce dell’acqua. Scavo ancora, è una bestia grossa. È lo xenotosuco! Si è rintanato in una vescicona di acqua e si è lasciato seppellire dai sedimenti, per passare la stagione secca. Buco la pelle viscida, lascio scorrere l’acqua, l’anfibio è enorme – ma capovolto e intorpidito. Gli chiudo le mascelle sulla gola e gliela apro con uno strattone. La terra intorno è irrorata di sangue. Arrivano le mosche. Passo alla regione pelvica, la squarcio con gli artigli, comincio a mangiare le interiora. Lo xenotosuco è resistente: continua a muoversi debolmente finché non gli finisco di mangiare lo stomaco. Buonanotte al re. Un rompicoglioni di meno per la prossima stagione.

Ma ci arriverò, alla prossima stagione? Passano le settimane e non mangio. Per la foresta non c’è nessuno, solo insetti e piccole creature. Acqua (poca) ne trovo, cibo no. Giro in tondo per il nervoso, poi sfinito dal caldo mi abbatto al suolo. Acchiappo per puro culo un howesia che si era avvicinato troppo, credendomi morto, e lo spezzo in due con un colpo di mandibole.

Poi sento quell’odore.

Mia sorella, senza dubbio. È il suo piscio. Non è lontana, altrimenti non me ne sarei accorto. Mi alzo sulle quattro zampe e triangolo la sua posizione annusando l’aria. Scendo dalla collina torvo, inebetito dal furore. La scopro ai piedi di una bennettitale, che scava una tana di howesia, col sangue sugli artigli. È più magra di me, ha gli occhi scavati, le vedo la fessura antiorbitale e perfino le scapole. Il suo piscio è infetto, forse ha qualcosa nell’intestino.

Si volta e mi squadra:

«Bè?»

«Qui è casa mia.»

«Non c’è un cazzo a casa tua. E neanche a casa mia. Mi sto provando ad arrangiare.»

«Tu ora te ne vai.»

«No. Ci stanno gli howesia qui in fondo.»

«Se ci stanno, è roba mia, Pinuccia.»

«Erne’, crepa. È una questione di salvare la pelle.»

«Vediamo quanto cara la vuoi vendere.»

Inarco la schiena e sbatacchio la coda. Nel linguaggio degli eritrosuchi, cerco la rissa. Mia sorella non ha mai mostrato di avere paura di me e anche stavolta non si fa compatire. Risponde ai miei segnali mettendosi in rotta di collisione con me, muso basso e bocca aperta. Ci avviciniamo l’uno all’altra con tremenda lentezza. Arrivati a mezzo metro di distanza, balziamo in piedi e ci stringiamo in un abbraccio mortale, gola contro gola, straziandoci a vicenda con gli artigli. Premo sui muscoli di mia sorella e li sento più fragili – forse è malata, forse ha solo molta fame. Spingo finché non la butto a terra di schiena. Tira calci, per poco non mi cava un occhio. Mentre fa per rimettersi in piedi, le chiudo le mascelle sul collo. Sento i suoi versi strozzati, e non c’è paura – solo rabbia e sgomento. Anche io sto cedendo, mi sento male – ma il sangue in bocca mi fa impazzire, e mordo alla disperata, gonfiando e indurendo i muscoli del collo, stringendo sempre di più le fauci sulla sua borsa golare. Sento il crac di un osso. Pinuccia si affloscia con un gemito acutissimo, come il pigolio che facciamo da neonati. Continuo a serrarle il collo con le fauci finché non mi rendo conto che il sangue non schizza più fuori dalla ferita.

Buonanotte, sorella. Eri nell’uovo accanto al mio quando si sono schiusi; sei stata il primo individuo che ho visto affacciandomi sul mondo, assieme a mia madre. Ti ho vista cacciare e ingoiare il tuo primo pasto, una larva di libellula, e ti ho imitata, e così ho imparato a mangiare insetti e non sono morto di fame. Ti sei stabilita nel territorio che confina col mio e ho mangiato i tuoi figli. Ora sei morta. Sei immobile ai miei piedi, e se non mi nutro del tuo cadavere, sarò morto a mia volta. Come d’abitudine, vado sul basso ventre, lacero le carni e comincio con le interiora – stomaco, intestino, fegato, tutto il grasso sottocutaneo.

Racconti | Olenekiano | Giulio Iovine

Copertina: Beech Grove I, Gustav Klimt, 1902.

Giulio Iovine è nato a Bologna nel 1987. Laureato in Lettere a Bologna, dottorato a Urbino, assegno di ricerca a Napoli, da febbraio 2021 ricercatore all’Università di Bologna, dove studia manoscritti antichi e insegna Papirologia. Pubblica prose, meme, teatro e video sui suoi profili Facebook e Instagram, nonché sul suo blog; racconti brevi su riviste (tra cui Crack, Digressioni, Dimensione cosmica, Inchiostro, Malgrado le mosche, Smezziamo); e romanzi su Wattpad (Francesco Storbini). È membro della redazione di Spaghetti Writers.

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