Cuori in piena

Alessio Torino torna in libreria con Cuori in piena, Mondadori. Lo scrittore urbinate ritorna sul suo tema prediletto, l’adolescenza, raccontando di Corsi, figlio di Sebastiano Corsi, che trascorre la sua estate tornando da Roma a Pieve Lanterna, nelle Marche occidentali, con Giorgio e Achille Spada, che da lì invece non se ne sono mai andati e non se ne andranno mai. La storia è un classico cliché dei romanzi di formazione, ricorda le avventure dei ragazzi di Stand by me, personaggi come Tom Sawyer o Agostino o Arturo (Moravia e Morante), anche se di questi ultimi due i personaggi di Cuori in piena non hanno le insicurezze, anzi, si presentano come personalità forti, dirompenti, coese fra loro, scaltre e schierate compattamente nelle varie circostanze che si presentano con i personaggi secondari ma funzionali all’andamento della trama. In questo senso ricorda il gruppo di Il tempo materiale, per quel che potrebbe compiere. La storia è in realtà un incrocio di tre storie, tutte raccontate dal punto di vista di Corsi: il divieto del padre di andare a fare il bagno alle Caldare, dato che lì è affogato il loro coetaneo Andrea Gori per colpa delle correnti, le scorribande di Corsi con i due amici, che comprendono fra l’altro la scoperta dell’altro sesso, e infine le figure adulte dei padri dei protagonisti, ugualmente e diversamente unite, come i loro figli, una serie di ritratti appartenenti all’Italia del 1987, inseriti sapientemente da Torino in quello specifico ambiente sociale di paese durante l’estate, con i suoi clichés e i suoi limiti. La storia è tutta concentrata in quell’estate, Corsi ha 12 anni, anche se nel finale assistiamo a un ricordo del protagonista adulto nell’ora del suo ritorno telemachiano. Ha qualcosa di epico, in effetti, Cuori in piena, di mitico, che colora i ricordi di sabbia come le foto di seppia, che ha la grana delle foto che in quegli anni si scattavano con le Polaroid, l’ocra delle spiagge e del sole accecante, che confonde (echi camusiani nel personaggio di Arcangelo Gori), del verde selvaggio e del blu delle gore, i colori intensi dell’estate che segnano i limiti che i ragazzi superano come se fosse un videogioco arcade a livelli, l’estate dei tre, contrastata dai grigi e dai neri delle loro scorribande notturne. I momenti cristallizzati in una serie di ripetizioni, di azioni quotidiane, l’acquisto della spianata da Ines, la panettiera che ti sa leggere dentro con uno sguardo, le corse con le bici da cross, i bagni nei fiumi, le sere sulle giostre, divisi fra punching ball e autoscontri, le fughe nella Fabbrica del Tetano, un complesso industriale abbandonato.

La memoria si fa quindi tramite per mettere in relazione passato e presente e per mostrare in modo indiretto, attraverso le azioni dei personaggi, la vita umana dell’Italia in quegli anni, in quei luoghi, in quella gente, con tutte le contraddizioni del caso, come gli scontri con gli zingari delle giostre, la relazione con l’amica francese che non parla l’italiano, la figura delle nonne, creature onnipresenti e addirittura mitiche, più presenti senza dubbio dei padri, assenti o presenti ma violenti o pronti a esserlo: non quel Sebastiano padre del protagonista, il quale instaura con il figlio un dialogo aperto, quanto quelli di Giorgio e Achille, le cui figure inquietanti sconfinano nella violenza, o quella del padre di Gori, la cui inquietudine è tutta diversa, incentrata su un padre che ha perso il figlio e si rifugia nell’alcool e nella solitudine, finendo per rappresentare una sorta di Boo Radley più noto per le voci su di lui che per la reale conoscenza che la gente aveva con lui e che si rivelerà pericoloso più per se stesso che per gli altri.

È proprio un bell’affresco d’epoca, Cuori in piena, una polaroid che mette in luce proprio ciò che retrospettivamente appare come tratto distintivo di quegli anni: la volontà di tenere nascosta ogni cosa tranne gli atteggiamenti diretti e non di rado spocchiosi dei protagonisti. La storia che Torino ci racconta è infatti costantemente trasfigurata da un velo dove la violenza è sempre latente, se non del tutto palese, a tratti. La narrazione assume perciò in questo modo il suo aspetto mitico, cristallizzato, in cui la formazione dei ragazzi avviene in un mondo che sembra non avere altra salvezza a parte i rassicuranti focolai domestici, rappresentati dalla nonna del protagonista (gli altri personaggi, più complicati nei loro drammi personali, sembrano non avere neppure  questa dimensione, come preda di una disperante situazione senza fine).

Ma dietro ogni fotografia ci sono dei fantasmi e quelli di Corsi riguardano suo padre. Anzi, quelli di tutti i personaggi sembrano indicare questa strada comune, un rapporto irrisolto con il padre, le cui storie emergono lentamente a mostrare una serie di errori che sembran perdersi nel tunnel del tempo, che sembrano occupare la vita dei padri stessi. In effetti c’è una grande orchestrazione narrativa che cuce tutti i piani e tutti i personaggi, che confluiscono in un finale comune, lirico e realistico e perciò di difficile controllo narrativo. Non si spiega del tutto la scelta di far maturare Corsi, ma non abbastanza da saper riconoscere il pericolo causato dai genitori dei suoi amici, o quella di suo padre di rivelarsi ben diverso dalle aspettative. Forse si può provare a comprendere rifugiandosi negli occhi del figlio, che trasfigurano, mitizzano il proprio padre fino a deformare la realtà, una realtà che dunque apparirebbe più sgranata, nonostante la precisa conduzione narrativa dell’autore per quasi tutti gli accadimenti occorsi prima della conclusione. Si nota cioè una certa discrepanza nel processo di formazione di Corsi, un ragazzo sensibile e riflessivo, che usava il “forse” già in prima elementare, che si interroga continuamente sull’amore, sull’amicizia e persino sulla morale e sulla giustizia, troppe volte sospeso fra una singolarità narrativamente conclamata e le scelte che lo pongono sullo stesso piano dei luoghi comuni dei suoi amici supportati dalla miopia e dalla paura dei loro padri, i cui comportamenti sono costantemente messi in contrapposizione con quelli di Corsi, ma finendo per sovrapporsi.

Cuori in piena è anche un romanzo che si rifà a certa tradizione narrativa novecentesca di ambientazione. Oltre ai già citati Moravia e Morante non può non venire in mente Carlo Cassola. Se non per la corrispondenza anagrafica dei suoi personaggi (i personaggi di Cassola sono giovani più avanti negli anni di quelli di Torino), certamente per l’ampio uso del dialogo e per le descrizioni della vita di paese. Torino si conferma come autore di riferimento per certa letteratura italiana, sensibile nel creare personaggi di quell’età inseriti in contesti complessi. La sua resta un’opera compatta, ovattata nella trasfigurazione della memoria, nitida nell’idea del ricordo come elemento significante e capace di delineare precisi confini, psicologici e fisici dei personaggi e degli spazi, con una voce narrante forte e significativa anche per lo scarto fra il passato e il presente che assume ancora maggiore risalto con la scena finale che avviene quarant’anni dopo il resto della narrazione.

Narrativa | Cuori in piena | Alessio Torino | Mondadori | 336 pagine

Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l'insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città. Quando non è in classe, legge, fotografa, ascolta musica indie e suona la Fender Mustang. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c'è stato due volte.

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