Cronorifugio

Nel dibattito sulla letteratura contemporanea, fervono diverse riflessioni, analisi, discussioni che mi trovano di fatto d’accordo, che reputo acute, stimolanti, pervicaci. Ampio spazio si dà a stili, linguaggi, forme, come se l’operazione di aggiornamento del romanzo in atto da oltre un secolo grondi tuttora di spirito di rinnovamento. E per fortuna, aggiungo, perché di forme e stile si parla persino poco, e se se ne parla poco è perché non sempre c’è. Infatti all’interno di queste discussioni non ultima è quella che riguarda un certo abuso di tematiche tanto care alla filiera editoriale, sempre pronta ad accontentare i gusti del pubblico ingurgitandolo di stucchevoli storie di adolescenti in fuga, appiccicaticci racconti di individui di mezza età in cerca di sé stessi e sé stesse attraverso l’indagine sui propri traumi e le relative rimozioni, di accostamenti forzosi che portano i lettori a indagare in territori insoliti, estremi, anomali ma non sempre convincenti.

Non che ci sia qualcosa di male in sé in ciascuno di questi macroargomenti, sono linee che la letteratura del ‘900 conosce bene, anzi, a ben guardare è la parte della letteratura contemporanea che resiste di più, che fin dagli esordi del romanzo moderno gode di fortuna e interesse. È facile riconoscere tuttavia, da chi la discussione la conduce in modo attento, critico, fuor di retorica, che esiste davvero un eccesso, attualmente, che è in parte il riflesso dell’alto numero di libri pubblicati e in parte la poca voglia di mettersi in gioco da parte di editori, scrittori e lettori stessi, che preferiscono un gioco al ribasso di cui forse non sono del tutto consapevoli.

Questa lunga introduzione al presente articolo dedicato a Cronorifugio di George Gospodinov, l’autore bulgaro pubblicato da Voland che nel 2021 si è meritato il Premio Strega Europeo, mi serve proprio per una riflessione ad ampio raggio, che proprio ad alcune carenze nel panorama editoriale italiano vuole fare riferimento. Ça va sans dire, il tema principale di Cronorifugio è il tempo, non nel senso delle trasformazioni individuali, logica questa che Gospodinov aggira con precisa consapevolezza letteraria, agendo sulla metafora come motore narrativo e produttore di storie. Il perno qui è rappresentato dal misterioso personaggio di Gaustin, ma è già anticipato dall’epigrafe, che ci avverte che «in questo romanzo tutti i veri personaggi sono inventati, solo quelli inventati sono veri». La vicenda gira intorno al rapporto del protagonista, ebreo errante che sparisce e compare come un viaggiatore del tempo col narratore della storia, e alle cliniche per recuperare il tempo all’interno delle quali agiscono i personaggi e si muovono in modo intrecciato i principali momenti storici del ‘900. A voler essere precisi Cronorifugio è infatti un romanzo sulla memoria e sull’oblio, e anche qui si dovrebbe capire che dietro questo divertente escamotage narrativo si palesa ben altro.

I personaggi sono infatti dei pretesti, le loro storie di demenza, di nostalgia, di desiderio, di impossibilità diventano, se viste nel disegno complessivo, una bella indagine sul ruolo della memoria nella nostra società e quindi una riflessione profonda sul rapporto che abbiamo con il Tempo.

Lo sentiamo dire spesso, che viviamo una società senza memoria, che certi traumi del ‘900 ce li portiamo dietro accanto a rimossi inquietanti e problematici. Attraverso riflessioni non prive di angoscia, di tristezza, ma anche della consueta ironia, che è un tratto distintivo della penna di Gospodinov, l’autore bulgaro ci mostra il nostro mondo come se fosse malato di Alzheimer. Ma non è tutto, ed è vincente, a mio avviso, e interessante la proposta letteraria qui esaminata, per analizzare la quale vorrei anch’io giocare proponendo una passeggiata letteraria per il secolo passato, proprio come accade nelle cliniche del tempo sorte per restituire dignità e valore al tempo, anche (e soprattutto) per chi di memoria non ne ha. Del resto, chi non ha memoria, di cosa può godere?

Circa un secolo fa, in tempi senza dubbio molto diversi dai nostri, un  poeta come Giuseppe Ungaretti faceva risaltare nei versi alcune parole, quasi estrapolandole dal loro contesto, regalando loro una certa assolutezza, un carattere metafisico involontario (giacché nell’intenzione del poeta non c’era, si direbbe, la metafisica, semmai la metafora), che dimostrava come poesia (e letteratura) fosse anche un singolo oggetto, una singola parola se posta nel giusto contesto. Pochi anni più tardi un poeta come T.S. Eliot comprendeva che la letteratura è soprattutto possibilità, un interruttore che si accende o si spegne a piacimento, la possibilità di illuminare ciò che è buio attraverso un fine quasi escatologico della parola, o comunque rivelatorio.

La lezione del modernismo ha poi subito accelerazioni, sperimentazioni, giochi linguistici e incursioni multidisciplinari, la letteratura del secondo Novecento sembra aver percorso la strada della frammentazione, la ricerca pare non essersi mai fermata.

Ma quello che Gospodinov mi sembra aggiungere in maniera netta a questa modalità è il collante che può legare i vari oggetti, i vari pezzi di memoria. La sua è una narrativa della globalità che si esprime con un uso della parola che attraverso la completezza dà valore alla memoria, le fornisce costante orizzonte di senso, la svincola dalla rimembranza improvvisa, dal ricordo fugace, dalla nostalgia, o, ancora peggio, dal ricordo traumatico da rielaborare e portarsi dietro come un fardello o un’espiazione. La sua lingua, semplice, piana, non mira a caleidoscopici salti nel vuoto, né a barocchismi analitici o lirismi nel buio dell’anima. Il suo tratto qui è la meticolosità, il ritrovare la forza originaria della parola in ogni cosa, non solo in ogni parola, ma in ogni ipotesi linguistica. Tutto si tiene, nei cronorifugi, dove il lettore sensibile avverte inquieto i ritorni della storia, l’oblio che può distruggere. Le parti formano un tutto che mi pare un fondamento letterario, una sua necessità imprescindibile, e cioè una via di fuga concreta. Dal piccolo si può arrivare al grande, un meccanismo induttivo che può produrre risultati non senza il proprio contesto di riferimento. Questo spiega le singolarità, che a loro volta non si spiegano senza concetto.

Il problema di Cronorifugio resta, paradossalmente, senza tempo. Saba scriveva, in una lettera a Elsa Morante, che le vite umane sono vite nostro malgrado mancate, e che l’arte interviene proprio per salvare queste mancanze. Può darsi che la ricetta per un tempo non combaci con quella di un altro. Così Gospodinov sottolinea come per una donna sopravvissuta ad Auschwitz la terapia passi più facilmente attraverso l’oblio che attraverso il recupero.

L’autore fa spesso riferimento alla Bulgaria dove lui stesso è cresciuto, durante gli anni del comunismo, ma lo fa in contrasto con l’altra parte del mondo, offrendo al lettore costante materiale di confronto o di semplice conoscenza. Non scevro di riferimenti storici e culturali precisi, Gospodinov continua a tessere trame raccontandoci  delle peripezie di Gaustin e della memoria interrotta dei personaggi che frequentano la clinica, della memoria stessa del narratore, la cui compiutezza, qui riflette, non è inconsapevole di essere destinata a sfiorire a sua volta. Proprio questa ampiezza di riferimenti intessuti insieme, depositata nelle stanze delle cliniche come se fossimo in un magazzino a Hollywood dove si sta girando un film sul Novecento e quindi si abbia bisogno di decine di oggetti d’epoca, di scene, di situazioni, dà al lettore l’impressione che il Tempo non sia solamente il monito della vanitas, del tempus fugit o del “Quanto è bella giovinezza”. Quegli  oggetti sono ormai reperti, gli ieri (al plurale, se rispettiamo le differenze geografiche e cronologiche riportate durante la narrazione) si fanno presto presente, che presto si farà futuro. «Le cose accadute» scrive Gospodinov, «hanno la  stessa importanza di quelle non accadute, perché ogni cosa non accaduta non è accaduta in modo univoco e unico, per questo con il passare del tempo il non accaduto si fa più importante dell’accaduto e la memoria perde i propri contorni». Non solo. Essendo  dunque il tempo (o lo spazio, come ama riprendere in più parti lo stesso autore), un insieme di gesti ripetuti attraverso certi oggetti, o profumi, o paesaggi, o abitudini, sarà proprio l’interezza di tutto quanto a diventare il meccanismo di restituzione di senso della memoria. L’autore sembra avvertirci: «Guardiamoci dai giudizi e persino dalle opinioni, viviamo la Storia e il Tempo con la consapevolezza che le è dovuta, e che non è persa per sempre!»

La prima parte di Cronorifugio assomiglia a un libro di Oliver Sachs, sembra la descrizione di un dottore che osserva la malattia degli effetti del trascorrere del tempo, ma qui i malati non sono solo singole persone, ma intere società, cosa che si sente anche nel procedere del libro, quando la voce ironica di Gospodinov lascia spazio a inquietudini pressanti, che sono anche il pretesto per ottime analisi storiche.

Gospodinov stupisce il lettore con questa idea geniale, e lascia che le cose prendano la piega inevitabile che deve avere qualunque racconto realistico sul ‘900 e i giorni nostri. Ma il lettore non deve sentirsi abbandonato in preda all’assunto che gli esiti saranno fallimentari, o che rivivremo un identico 1 settembre 1939 in tutto e per tutto opera di finzione e per questo ancora più inquietante. Gospodinov non disconosce i rischi, non è così ingenuo, ma lascia che tutta la prosopopea dell’angoscia si inoltri dentro le pieghe della memoria, scovando nella scrittura ciò che il tempo può nascondere, trasformando il ricordo della realtà suggerendo uno sforzo mentale necessario che volga a ricollocare le soggettività in uno spazio comune.

In altre parole Cronorifugio non è un’astrattezza fine a sé stessa, ma un ordito complesso che paragonerei a un mosaico. Una tessera non è nulla, per coglierne l’essenza bisogna guardarla complessivamente. La clinica allora non sarà più, sul piano metaforico, una terapia per malati o semplici nostalgici, ma una terapia per il presente, in cui un uso sapiente delle parole può risolvere i buchi neri della storia. Qual è questa sapienza? Semplicemente la consapevolezza che dietro ogni parola (o idea, oggetto etc.), si possono nascondere decine e decine di altre parole, idee o oggetti, quindi anche altre possibilità di dialogo, di discorso, di discussione, di consapevolezze, di stimoli. Fatto tipicamente letterario, che non a caso lo scrittore bulgaro ricorda attraverso la figura emblematica di Funes, il personaggio di Borges che poteva ricordare tutto, «Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso […] Gli era molto difficile distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano». (da Funes o della memoria, J.L. Borges, in Finzioni)

Per tornare all’assunto di partenza, se è vero che la letteratura vera si deve riconoscere dalla forma, dalla voce, dallo stile ben più che dai temi trattati, è pur vero che il tema del tempo e della memoria, dell’oblio e della storia, non sono certo il centro dei libri della letteratura nostrana e contemporanea. Forse qualcosa significa.

Narrativa | Cronorifugio | Georgi Gospodinov | Voland | 320 pagine

Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l'insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città. Quando non è in classe, legge, fotografa, ascolta musica indie e suona la Fender Mustang. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c'è stato due volte.

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