Colpo gobbo

Nel tempo delle fascette sui libri, uno degli aggettivi che più spesso notavo senza capire esattamente cosa significasse era “delizioso”. Colpo gobbo di Franz Bartelt, edito da Prehistorica, si sposa precisamente con l’evocazione che questo aggettivo provoca se applicato a una lettura.

Si tratta di un divertissement di pieno spirito francese e felice ironia, dove la narrazione vuole mostrarsi seria solo per poi irridersi continuamente. Il lettore ne rimane spiazzato. Ogni volta sente che l’autore ha qualcosa  di molto serio da dirgli, ma regolarmente interviene qualcosa che lo stuzzica, lo pungola e infine lo devia.

Scritto in tono canzonatorio e ammiccante, Franz Bartelt gioca una partita in cui si sentono echi di Amélie Nothomb ma distorti con effetti caleidoscopici, una scrittura che strega e crea tensione verso un altrove che si costruisce passo passo in un disegno che si lascia decifrare soltanto nel finale, una scrittura che abbaglia illuminando nei nostri giudizi ciò che la superficie reitera impietosa, ma che ci costringe continuamente a socchiudere gli occhi lungo i confini del sospetto, alimentato sapientemente dalla dimensione ludica e assurda che è la scena del romanzo.

Ha anche qualcosa di teatrale, Colpo gobbo, dato che l’azione si svolge quasi interamente nello stesso spazio. Inoltre i personaggi sono molto caratterizzati, carichi di una densità che solo l’alternanza della scrittura nella voce narrante del protagonista, ora nel racconto delle azioni, ora nelle sue elucubrazioni, può spezzare in favore di un ritmo veloce e leggero.

Sospeso fra incredulità, ricordo e istinto di salvezza, infatti, il protagonista, di cui conosciamo solo il soprannome, il Puma, è soltanto un mezzo ubriacone che si crede poeta e abile manipolatore è stato rapito da un uomo, il ricco filantropo Jacques, che era stato vittima di un suo tentativo di raggiro e rapina. Ma Jacques si rivela più scaltro, si accorge dell’inganno e decide, inspiegabilmente per il lettore, di tenerlo prigioniero per sempre nella sua villa, a meno che lui non commetta l’ingenuità di voler fuggire, cosa che lo condurrebbe a tenere compagnia a quegli scheletri in cantina che gli ha già potuto far trovare. Una sorta di Barbablù. In piena tradizione umoristica francese, l’arroseur diventa arrosé, e senza sapere perché Jacques abbia deciso di tenerlo con sé. Nel tentativo di comprendere, la narrazione in prima persona irride il suo stesso protagonista, che fa di tutto per non farsi scoprire a organizzare un elaborato piano di fuga. Uomo della strada, ingenuo, e con un’opinione di sé più alta del dovuto, il rapito vive un’esperienza di formazione, se vuole sopravvivere deve imparare a non fidarsi troppo della propria considerazione, deve sviluppare una qualità nuova, deve osservare il suo nuovo padrone, scovare i suoi punti  deboli, dissimulare in modo più raffinato, studiarne le abitudini. È una sorta di Andreuccio da Perugia moderno, a ritrovarsi davanti a una grande televisione dove passano solo le televendite che Jacques, narcisista impenitente, faceva da più giovane. Così il protagonista si ritrova a conoscere Jacques, a spiare la sua relazione sentimentale, a conoscere sua mamma e persino ad avere a che fare con una prostituta da lui chiamata per venire incontro alle sue esigenze fisiologiche, della quale si innamora irrevocabilmente con tutto sé stesso. E un giorno troverà il telefono cellulare sul tavolo della cucina in un momento in cui Jacques è uscito. Sarà una trappola o la sua porta di uscita?

«Se non fossi uno coi nervi d’acciaio sarei svenuto. Sullo schermo era apparso lui. […] Davvero: non riuscivo a capacitarmene. Ero esterrefatto. Proprio una bella sorpresa. Avrebbe anche potuto avvertirmi. L’idiota. […] Ci si metteva d’impegno, quel coglione. Saltava sul materasso, per mostrare quanto fosse solido, e quanto fosse resistente il tappo. Si coricava, faceva finta di dormire.»

Il lettore è portato a pensare che la narrazione sia il delirio di uno scrittore. Chi mai arriverebbe a rapire un uomo e concedergli maxi-schermo e sesso? Neppure i casi di cronaca raccontano fatti simili. Ma il lettore, che accompagna il povero malcapitato fra i ricordi della sua amata Karine e lo sviluppo degli eventi, lo scoprirà soltanto alla fine, in preda a un ritmo ascendente à là Hitchcock: se solo Hitchcock avesse fatto film divertenti, perché Colpo gobbo è divertente, ma è anche così grottesco nei singoli eventi che intercorrono fra i protagonisti nella casa di Jacques, da lasciare nel lettore la convinzione di essere stati presi gioiosamente per il naso per tutta la durata della lettura.

Narrativa | Colpo gobbo | Franz Bartelt | Prehistorica | 200 pagine

Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l'insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città. Quando non è in classe, legge, fotografa, ascolta musica indie e suona la Fender Mustang. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c'è stato due volte.

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