Il primo viaggio

Questa question fec’io; e quei ‘Di rado
Incontra’, mi rispuose, ‘che di noi
Faccia il cammino alcun per qual io vado.
Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
Congiurato da quella Eritto cruda
Che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
Di poco era di me la carne nuda,
Ch’ella mi fece intrar dentro a quel muro,
Per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
Quell’è il più basso loco e ’l più oscuro,
E ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
Ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
Inf. IX 19–30

Da ormai tre o quattro anni Virgilio era morto. A essere onesti, dopo quella brutta insolazione – e col rottame di stomaco che si ritrovava – la cosa non gli era parsa strana, e una volta fatta, non si era scomposto più di tanto. Quando si trovava a discuterne con gli amici, ne parlava come di un fatto trascurabile. E non si poteva negare che quello che aveva imparato dopo morto era la vera notizia.

Quando fu richiamato tra i vivi era appunto morto da tre o quattro anni. Intendiamoci, tre o quattro anni per noi che viviamo nel tempo lineare: all’Inferno il tempo non esiste. La chiamata lo sorprese mentre pensava a tutt’altro. Appoggiato ad una roccia scaldata dalla timida luce del Limbo, all’ombra di un abete, si era perso in chiacchiere con altri romani e greci morti prima di lui, in particolare con Cornelia, la mamma dei Gracchi, seduta accanto ad un ruscello, la quale ad un certo punto disse:

«Publio, scusa se ti interrompo ma ti stanno a fare un incantesimo.»

«Ah sì?»

«Vedi che ti sei tutto illuminato, e sei più trasparente di prima?»

«Hai ragione, mannaggia. E che incantesimo è?»

«Secondo me ti stanno richiamando su nel mondo.»

«Ma mica posso rinascere.»

«No, no, non è quello. Secondo me è uno stregone che richiama le anime dei morti.»

«Per farci che?»

«Eh, servizi.»

«Ma dopo tutto quello che abbiamo passato, come può ancora un vivo…?»

«Eh, mi sa che purtroppo all’Inferno si può.»

«Ma come fai tu a sapere…?»

«Una zia di una mia amica era fattucchiera. Avvelenava la gente, invocava le anime perdute. Una brutta storia.»

«Ho le vertigini», disse Virgilio.

«Non resistere», gli suggerì Aristotele che intanto si era avvicinato. «Fatti trasportare, senti che vuole, e poi torna che ne riparliamo.»

Detto fatto Virgilio scomparve, e la sua ombra si ritrovò in un sepolcreto in Tessaglia. Davanti a lui un calderone bolliva e scoppiettava sul fuoco, e una vecchia dall’aspetto orrendo, a braccia alzate e mani gronde di sangue, lo fissava.

«Sei giunta, anima perduta. Ora sei ai miei ordini.»

«Con chi ho il piacere, signora…?»

«Io ti comando.»

«Signora: con chi ho il piacere?»

Qui Eritto, la maga tessala, si rese conto che non aveva evocato un criminale o un tagliagole, ma un morto altoborghese. Abbassò le braccia e prese un tono meno da vaiassa.

«Eritto», disse – maga e negromante. «Mi perdonerai se ti richiamo dal tuo sonno eterno. Ma ho bisogno che tu faccia qualcosa per me. Vedi questo cadavere?»

E indicò il corpo morto di un uomo grande come un armadio e immobile come una pietra ai piedi del calderone.

«Lo vedo.»

«Mi serve che parli. Mi serve che la sua anima torni per qualche minuto al suo corpo, e mi dica quello che devo sapere. In realtà non serve a me, è una faccenda personale del mio cliente. Però quest’anima si rifiuta di obbedire al mio richiamo. Ho fatto bere a questo marcantonio un litro della mia pozione lunare, e resta morto e stramorto. Tu andrai a prendere l’anima agli inferi, dovunque si trovi, e la porterai qui. Fatto il misfatto, sarai libero.»

«Perché l’anima di questo disgraziato dovrebbe dare retta a me e non a te?»

«Son le leggi dei morti. Se il morto recalcitra, l’estremo rimedio è farlo andare a prendere da un altro morto.»

«E hai richiamato me

«Ho richiamato un’anima a caso. Sei saltato fuori tu.»

«E perché dovrei farlo?»

«Ti ho fatto un incantesimo. Devi.»

«Mh. Chi sarebbe quest’anima?»

«Un tale Demetrio figlio di Megistione.»

«Ma come lo trovo un morto in mezzo a milioni di ombre?»

«Arrangiati.»

Un attimo dopo, Virgilio era di nuovo nel Limbo. Aristotele, Cornelia e gli altri avevano fatto capannello, e parlando rado con voci soavi gli chiesero spiegazioni. Virgilio raccontò ciò che aveva visto e sentito.

«Lei è scema», concluse Aristotele.

«Una malconsigliata», confermò Marzia, la vedova di Catone, «che non si rende conto che finirà molto peggio di noialtri.»

«Ma Virgilio è davvero costretto?», chiese Cicerone.

«Finché non arriva il Redentore (che, sottolineo, ha predetto Virgilio qui presente) questi maghi e streghe possono ancora fare il loro comodo con noi povere anime», rispose Cornelia.

«Se sono costretto, vado», annunciò Virgilio. «Ma c’è un fatto. Né io né voi abbiamo idea della topografia dell’Inferno. Conosciamo il fiume Acheronte e il nostro Limbo, ma giù da quel declivio per quanto ne so io ci può essere di tutto.»

«Una cosa la sappiamo di sicuro», intervenne Cesare. «Cioè che, tra le anime dell’Inferno, solo noi abbiamo il discutibile privilegio di poterci muovere liberamente in ogni angolo del medesimo.»

Era vero: non sapevano come lo sapessero, ma lo sapevano. Dunque a Virgilio non restava che intraprendere il suo primo viaggio nel cuore di quell’Inferno dove avrebbe abitato per sempre.

*

Si mise in cammino, uscendo dal prato e poi dal castello, inoltrandosi nella selva di spiriti spessi, salutando e chiedendo permesso, finché la luce artificiale che splendeva su di loro non fu troppo lontana, e lo inghiottì la tenebra fitta.

La lunga fila delle anime che, sbarcate alla riva di Acheronte, si fermavano alla roccia di Minosse lo indirizzò subito al posto giusto. Costeggiando quella processione, si fece vedere da Minosse e cercò di attirare la sua attenzione.

«E tu che vuoi?» gli disse Minosse con poco garbo.

«Mi serve di sapere la collocazione di un’anima.»

«E perché dovrei dirtelo?»

Mannaggia, pensò Virgilio, mi mandasse chi so io, risponderesti senza problemi e chiederesti pure scusa: ma a te che te ne frega di Eritto?

«Sono costretto da un incantesimo.»

«E a me che me ne frega?»

Ecco.

«Fuori dai piedi, Virgilio.»

«Fuori dai piedi un corno, Minosse. Sai meglio di me che ho pieno e libero accesso all’Inferno. Devo sapere dov’è quest’anima. Se non me lo dici tu, me lo dirà qualcun altro, o la cercherò per i fatti miei. Posso sorpassare questo tuo esecrabile ufficetto in quattro passi, e umiliarti come si deve. Vogliamo comportarci da morti ragionevoli e chiudere questa imbarazzante vertenza?»

«Nome del dannato?»

«Demetrio figlio di Megistione.»

«Giudecca.»

«Eh?»

«La Giudecca. Nono cerchio, stagno di Cocito, sezione della Giudecca, traditori dei benefattori.»

«È molto lontano?»

«È l’ultima zona dell’Inferno. In culo a Satana. Divertiti, cigno di Mantova.»

E torcendo la coda, tornò all’atto di cotanto offizio. Virgilio passò oltre.

Certo detta così era facile: bastava andare in basso fino al capolinea. Una volta lì avrebbe chiesto. Ma se lo trovava, come convincerlo…? Un problema alla volta, pensò. Per ora, scendiamo.

E non fece che scendere, per un tempo che gli parve eterno. Percepiva, molto sopra di sé, il moto degli astri, il giorno e la notte; pure, in quel buio senza senso e senza fretta, non gli pareva che un secondo fosse molto diverso dall’altro. Non che si annoiasse, anzi. Contò con tristezza le regine sbattute qua e là dalla bufera, le protagoniste delle sue favole, ch’egli credeva fantasie e in realtà eccole qui, vere e disperate. E io che volevo Didone ricongiunta a Sicheo, pensò mentre la vedeva su e giù nel vento. Cerbero non lo disturbò, che tanto non era un suo dannato; ma prese nota per il futuro, che se fosse mai tornato giù con un altro che non fosse morto o limbìcolo, si doveva pensare ad un trucco per calmare quella bestiaccia. Camminò lieve sul fango e non sentì la pioggia gelata; si studiò di non inciampare nei ciccioni che facevano le acrobazie nella melma. Davanti a Pluto e ai rincoglioniti coi sassi gli venne su un disprezzo tale che accelerò il passo. Arrivò alla palude Stigia.

«Eccoti qui, maledetto! Pronto per tuffarti nello stagno?», gli urlò Flegïás dalla sua barchetta, dandoci sotto col remo.

«Ma no, Flegïás, sono un limbicolo. Mi serve che mi traghetti fino a – cos’è quella, una città? Vedo delle mura.»

«Quella è Dite. Comincia il basso inferno.»

«Ah, si passa per di là?»

«Non fare domande idiote e sali.»

«Come credi.»

«E giuro che se mi rifai questo scherzetto…»

«Rema, Flegïás.»

I diavoli sulle mura di Dite non finivano più di ridergli addosso. Il più alto prodotto della ragione umana ed eccoti dannato, dicevano. Farai convertire chissà quanti vermi là sopra che ci scapperanno dalle dita, e tu sei nella morte eterna. Sarai fiero di te.

«Mi aprite o vi mando Eritto?»

Gli aprirono, facendogli smorfie e boccacce. Virgilio andò avanti ignorandoli, guardando con curiosità le arche in fiamme. Riconobbe Epicuro e il suo allievo Sirone, che era stato il suo maestro. Qui decise di fermarsi, e tanto peggio per Eritto se aveva fretta: a quell’uomo Virgilio aveva voluto bene. Parlarono a lungo di quanto era bella Napoli. Poi il puzzo che veniva da sotto fu talmente forte che Virgilio dovette fermarsi per qualche minuto prima di riprendere la sua discesa. Per un attimo temette che il Minotauro sarebbe stato un problema, ma il poveretto era talmente confuso che in due parole lo ridusse a incornarsi da solo. Né ebbe a bisticciare con i Centauri; anzi Nesso, preso dall’imbarazzo nel rendersi conto di che ombra magnanima aveva davanti, lo scortò lungo il Flegetonte fino a dove si guadava e lo indirizzò alla selva.

«Parli volentieri di questo cerchio», commentò Virgilio nel salutarlo. «Si vede che ti tieni informato.»

«Cosa vuoi, non ho altro da fare», rispose lui borbottando.

«Se ricapito qui, saprò a chi chiedere per indicazioni. Grazie e alla prossima.»

Era preparato ai rovi con dentro le anime, perché l’episodio di Polidoro era uno dei suoi preferiti dell’Eneide. Non staccò quindi nessun rametto. Si prese qualche minuto per ammirare in silenzio la nevicata di fuoco sopra il sabbione dei violenti. Stette zitto ai rantoli di Capaneo, che lo irritarono tantissimo. Ci fu poi il problema del precipizio alla fine del sabbione, perché di buttarsi di sotto non aveva nessuna voglia.

Mentre si chiedeva come fare, notò che sul fondo buio si muoveva qualcosa di squamoso e famelico. Sentì che si doveva attirarlo verso l’alto con un’esca, e gli lanciò la sua corona d’alloro, il simbolo della sua onestà di poeta. Fu così che Gerione nuotò nell’aria fino a lui e si appoggiò al bordo estremo del sabbione, guardandolo di sbieco. Virgilio provò a intavolare una conversazione, ma si dovette tappare le orecchie – Gerione sussurrava, ma c’era tanto odio e tanto nulla in quelle parole, tanti ricordi di ospiti morti ammazzati, che persino lui non poteva sopportarle. Col dovuto tatto riuscì a convincere Gerione a farsi trasportare di sotto, e a farsi spiegare alla bell’e meglio cosa c’era nell’ottavo cerchio. Sceso dalla groppa del mostro, giurò a sé stesso che mai avrebbe rivelato come l’aveva convinto – e mai più avrebbe permesso che qualcun altro lo sentisse parlare.

Più si scende peggio è, pensò mentre andava a passo spedito sul ponte che attraversava i valloni di Malebolge – Chi l’avrebbe mai detto che esistesse all’Inferno una cosa come cavarsela meglio di qualcun altro – Ma davanti ai Malebranche credette sinceramente di essere al capolinea. Non c’era verso di passare, gli ruttavano in faccia. Virgilio, che non poteva patire un tormento a lui non destinato, si fece allora una nuotata nella pece bollente – per lui né più né meno di un bagno caldo – risalì l’argine e riprese il cammino. Di tanto in tanto si fermava a chiedere spiegazioni o a cercare facce note. I morti gli rispondevano volentieri. Qualcuno ancora si ricordava di cos’era la poesia e se gli dicevi che eri il poeta di Augusto, ti portavano se non altro rispetto. Per poco non si fece prendere dalla pietà quando si rese conto che dentro una fiamma c’era Ulisse. Poi sentì il puzzo dei falsadori e si affrettò a scendere fino al pozzo centrale.

Gli toccò declamare tutto il poema ciclico e tutto l’Esiodo che ricordava a memoria dove si parlasse di giganti, Titani e compagnia, prima che Anteo – l’unico fra i giganti che capisse ancora qualcosa – acconsentisse a posarlo sul fondo del pozzo. Minosse aveva detto “Cocito”: sarà questo, ipotizzò Virgilio. Ed eccolo sullo stagno di ghiaccio che, ormai lo comprendeva, era la fine del suo viaggio. La pendenza si faceva sempre più piatta. Il fondo dell’Inferno era vicino.

Il centro dello stagno ghiacciato era immerso in una nebbia buia, mossa a intervalli orribilmente regolari da un colpo di vento che teneva Cocito sottozero. Ma cosa saranno, ali? Ma non ha senso, dovrebbero essere enormi per fare questo effetto, pensava Virgilio mentre, il mantello ben stretto al suo corpo senza corpo, andava dritto verso il centro, cercando di non pestare teste. Cominciò a chiedere:

«Scusi: questa è la Giudecca?»

«No. La Caina.»

Andò ancora avanti.

«Vado bene per la Giudecca?»

«Sì, ma più avanti. Qui siamo all’Antenora.»

Camminò ancora.

«Gentilmente, la Giudecca?»

«La prossima. Qui è la Tolomea.»

Per un pelo non andò a sbattere contro un muro gigantesco esattamente davanti a lui. Vide muoversi nel buio, a chilometri sopra la sua testa, due immense masse nerastre, e corse lontano per comprendere. Sono ali, pensò, ali di pipistrello. Ma di un pipistrello gigantesco. Come può essere…? Cercò di guardare meglio, e finalmente capì.

Satana non si accorse di lui. Non era in condizione di accorgersi di nessuno. Perdeva lacrime e masticava carne di anima a bocconi continui, come una bambola rotta. Ma sono Bruto e Cassio quei due, pensò Virgilio, sì sì, sono loro. La terza bocca è vuota. Forse il disgraziato deve ancora morire – Ora non c’era che da chiedere del suo morto, ma le anime erano tutte immerse nel ghiaccio e non c’era verso di parlarci. Allora Virgilio si chinò sul lastrone di ghiaccio e cominciò a bussarci col pugno.

«Demetrio figlio di Megistione», gridò. «Demetrio figlio di Megistione, c’è? Deve venire con me.»Con un crac, il ghiaccio a pochi metri da lui si spezzò e si aprì. Un’anima buttata a gambe all’aria, immersa nel ghiaccio, stava sotto di lui, a chilometri e chilometri. Allungò la mano, cercando di spiegarle senza parole che si doveva andare. L’anima, trascinata da forza invisibile, strisciò nuda verso l’alto, fino alla superficie di Cocito.

«Demetrio figlio di Megistione?», chiese Virgilio.

Il poveretto aveva ghiaccio intorno alla bocca, agli occhi, sulle ciglia, ovunque. Non riusciva a parlare. Virgilio gli tolse il nevischio dalle orecchie e ripeté la domanda. Lui fece sì con la testa.

«Eritto mi manda a prenderti.»

Demetrio fece no con la testa.

«Dice che ha provato a richiamarti con le pozioni, ma tu proprio non volevi.»

Demetrio fece sì con la testa.

«Vorrei risparmiarti questa pena. Ma siamo dannati, e finché non arriva il Redentore ci tocca star dietro a queste fattucchiere da strapazzo.»

Demetrio lo indicò col dito.

«Sì, sì, il Redentore che ho previsto io. Senti, porta pazienza. Dobbiamo andare. Poi ti riporto qui. Seguimi.»

Allor si mosse, e lui gli tenne dietro. Fecero per tornare alla parete di Cocito, dove stavano appoggiati in piedi i giganti. Virgilio stava ancora pensando a come ritrovare Anteo per farsi tirar su, quando lui e Demetrio si illuminarono nella tenebra, e si fecero sempre più trasparenti. Si ritrovarono quindi nel sepolcreto di prima, al cospetto di Eritto e del calderone. Virgilio guardò il marcantonio defunto accanto alla pentola. Lo vide rianimarsi, alzarsi, gli occhi cerchiati, la pelle bianca ed orrenda, il tremore negli arti e nei visceri. Eritto mormorava i suoi incantesimi e lo costrinse ad alzarsi in piedi.

«E ora, Demetrio figlio di Megistione, mi dirai quello che.»

«Eritto, scusa.»

Eritto si fermò e si voltò.

«Che c’è?»

«No dico, e ora?»

«Ora niente. Me la vedo io. Tu fra qualche secondo te ne torni da dove sei venuto.»

«Non vuoi che lo scorti di nuovo giù?»

«No no. A me bastava che lo facessi uscire dalla sua tana. Una volta che ti ha detto di sì, è in mio potere. Tu non servi più.»

Virgilio si sentì ancora più a disagio.

«Non so nulla di lui», disse. «Cosa ha fatto, perché lo torturi così.»

«Fuggiva dai suoi avversari politici. È scappato da Tebe a Larissa, a casa di un suo tutore che lo aveva sempre beneficato. Non aveva una dracma né un amico al mondo. La prima notte che si è fermato a casa del tutore li ha ammazzati tutti nel sonno, lui moglie figli e servi, ha rubato il rubabile ed è fuggito. Poi se ho capito bene gli ha preso un aneurisma lungo la strada ed è crepato. Il primogenito del tutore, unico superstite alla strage perché era in viaggio, vuole sapere da questo stronzo dove ha nascosto i beni rubati. Ti basta?»

«Non so. C’è qualcosa che ancora mi perplime. Mi sfugge il senso di quello che ho appena fatto.»

«Te lo dico qual è il senso di questa storia: ci sono morti discreti, e morti che non si fanno mai i cazzi propri. E ora schioda.»

E un attimo dopo Virgilio era a casa, sotto la timida luce del Limbo, all’ombra di un abete. Il chioccolio del ruscello lì accanto gli sembrò una canzone dimenticata da tempo.

*

Naturalmente raccontò il viaggio per filo e per segno a tutti quelli, fuori e dentro il castello, che lo stettero ad ascoltare; e lo raccontò più e più volte. Fu una storia che piacque molto. Qualche tempo dopo Cornelia, mentre provava a fare ghirlande di fiori sul prato, attese che egli finisse (per l’ennesima volta) il racconto e poi se ne uscì con:

«Ma sai, Publio, non mi sembra che tu abbia subito violenza da Eritto, come tu credi.»

«No?»

«No. Siamo qui da abbastanza tempo per sapere che non si concede nulla al male se non perché ci si è pensato prima, prima ancora che ci fosse il tempo. E forse, anche se in teoria tutti noi possiamo muoverci liberamente per l’Inferno, questo viaggio fino al suo fondo tu eri l’unico che potesse farlo.»

Virgilio scosse la testa.

«Eritto non ha scelto chi richiamare dai morti, Cornelia. Cercava un’anima purchessia, che le andasse a prendere il morto che voleva il suo cliente. Io le sono apparso per caso.»

«Così credeva lei. Chissà, magari qualcuno ha scelto dove lei non poteva.»

«Sì, e magari adesso sono quello che accompagna la gente su e giù per l’Inferno.»

«E che ne sai?»

Poi guardò verso l’alto.

«Non è più luminoso del solito, oggi?»

Spostò lo sguardo altrove, sempre verso l’alto.

«Mamma mia Virgilio, chi è quella bellissima donna?»

Ma Virgilio, pur senza sapere che aveva Beatrice sospesa in alto sopra di lui, era già in ginocchio, e già la pregava di essere comandato.

Racconti | Il primo viaggio | Giulio Iovine

Copertina: Veduta interna dell’Inferno, Michelangelo Caetani, 1855

Giulio Iovine è nato a Bologna nel 1987. Laureato in Lettere a Bologna, dottorato a Urbino, assegno di ricerca a Napoli, da febbraio 2021 ricercatore all’Università di Bologna, dove studia manoscritti antichi e insegna Papirologia. Pubblica prose, meme, teatro e video sui suoi profili Facebook e Instagram, nonché sul suo blog; racconti brevi su riviste (tra cui Crack, Digressioni, Dimensione cosmica, Inchiostro, Malgrado le mosche, Smezziamo); e romanzi su Wattpad (Francesco Storbini). È membro della redazione della rivista Spaghetti Writers.

Site Footer

Sliding Sidebar