I lasciti

Diversi elementi accomunano Invernale, di Dario Voltolini, e l’esordio di Giusy D’Urso, Se camminare fa troppo rumore, anche per più di una centrale affinità tematica.

Entrambi sono nitide riflessioni sul dolore, e più che inserirsi in esso attraverso un racconto impersonale, seguono la tradizione autofinzionale di tanta letteratura odierna, proponendosi in una posizione specifica che lo guarda come si può pensare di guardare una catastrofe dal momento della sua nascita fino a quello del suo compimento. Entrambe le scritture provano ad arginare il discorso in una zona liminare che concerne il tentativo di riannodare la percezione del dolore a uno spazio indipendente, frapponendo una teca fra sé e gli eventi, fra lo smarrimento che esso provoca e la necessità della voce narrante di svelarsi in modo centripeto verso il centro del sé, mostrando la possibilità, la connessione che permetta di dire l’io dopo e tramite l’esperienza raccontata.

Voltolini sceglie di raccontare la storia della malattia del padre del narratore da lontano, imponendo uno spostamento della stessa voce narrante. Invernale si apre infatti come una preghiera: la narrazione focalizza la figura del padre, macellaio, e del suo luogo di lavoro. Le abitudini dei gesti raccontano un luogo collaudato, dove ogni pezzo diverso è osservato con minuzia dalla voce narrante, ogni pezzo di animale viene a comporre un regno dove la scena si va a concentrare su di lui, padrone apparentemente incontrastato della sua vita se non fosse per l’evento scatenante che si insinua a crepare una perfezione apparente: la lama del coltello devia dalla traiettoria abituale e colpisce il suo pollice. Da quel momento il padre non è più sacro, la sua carne diventa la stessa cosa degli animali che ogni giorno faceva a brandelli. L’infezione in corso il segno di una volontà diversa, che diventa la trama complessiva del libro.

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Agatino il guaritore

Il mondo di Agatino (Agatino il guaritore di Massimiliano Città è uscito per Il ramo e la foglia) è un microcosmo ricco di sfumature dove la verità non è mai univoca. Lo si può intuire sin dall’epigrafe, di Niels Bohr: «Ci sono due tipi di verità: le banalità, dove gli opposti sono chiaramente assurdi; e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l’opposto è pure una profonda verità».

Il romanzo riprende una specifica tradizione di libri che comprende Steinbeck, Strout, Lee Masters, e corrisponde a un magnifico e variegato quadro composto di svariati personaggi che interagiscono fra loro pur essendo del tutto autosufficienti nella loro narrazione. Ricorda Bosch, o Bruegel. Ricorda Penny Lane dei Beatles o Parklife dei Blur. Ricorda, fra le uscite letterarie italiane di questi mesi, Cuori di nebbia di Licia Giaquinto, pur non avendone il carattere noir. Agatino il guaritore è un romanzo di forte atmosfera, racconta di vite che sembrano fiabe, storie sospese nel tempo, a cui contribuiscono l’inesistenza dei luoghi citati e la biforcazione che conduce al paese di Agatino, e che apre il romanzo, sono zone dimenticate e paesi lontani da ogni interesse turistico o economico. Il contesto sociale appare allora subito importante, perché Agatino e tutti gli altri appartengono a un mondo di paese, di un paese evidentemente povero, un paese fatto di storie che dunque saranno abitate da gente di tanti tipi, credulona e approfittatrice, semplice e selvaggia, oscura e intuitiva. Il narratore di questa storia si manifesta per mettere in chiaro subito che «in queste pagine ci si occuperà della seconda strada, quella che si conclude circa cento metri dopo, al sorgere di una cancellata verde muschio, avvinghiata dalla ruggine e dalla luce di una lampadina che a singhiozzo dovrebbe indicare l’esistenza di un qualche inquilino nella modesta abitazione».

È la

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Olenekiano

…peu actifs, voraces, croqueurs de petites proies, rôdant sur le sable humide, protégés par une armure impénétrable, rois de la création à une époque où il suffisait d’être solidement charpenté pour obtenir le sceptre…
C. Flammarion, Le monde avant la création de l’homme

Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia.
G. Verga, La roba

Mia sorella Pinuccia è il tipo di parente che ti ritrovi sempre tra i piedi anche dopo che non ne hai più la necessità. In famiglie come la mia il tempo passato insieme è davvero poco; per di più nel nostro caso c’erano davvero troppi figli e mamma, l’unico genitore disponibile, ci ha badato un tanto al chilo e solo finché ha potuto, cioè per poco tempo. Ci siamo separati, io e i miei fratelli e sorelle, nella convinzione che non ci saremmo rivisti mai più. E così è stato tranne che per Pinuccia, che dopo qualche anno di vagabondaggio ha messo su casa proprio accanto a dove sto io.

«Bisogna che te ne vai, Pinuccia» le ho detto quando l’ho scoperto.

«Dimmi una sola ragione per cui dovrei farlo.»

«Qui comando io.»

«Fin . Da lì in poi comando io. Io sto a casa mia e tu a casa tua, vedrai che non ti accorgerai neanche che ci sono.»

«Bada che se sconfini…»

«E piantala, Erne’.»

Questo primo bisticcio l’ho fatto cadere nel vuoto e me ne sono andato borbottando, perché – mi duole dirlo – in parte ha ragione lei. Qui c’è spazio

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