La parola oscillante

«Un lieve, sottile disagio, quando già l’interlocutore non si mostrasse capace di produrlo da sé, per individuale talento, come una vegetazione spontanea, veniva immancabilmente gettato nel terreno dall’ingegnere De Rossi sotto forma di un’innocente domanda.»

Leggere Sinigaglia è come bere un distillato di saggezza, lo si assapora meglio lentamente, lasciandosi andare fra le parole come una barca cullata da onde materne. E quando l’onda che arriva è un po’ più alta delle altre, la si guarda arrivare comunque con bonomia, sapendo che un poco di timore può essere accettabile, che un lieve disordine o un leggero smarrimento sono un prezzo giusto per vedere vestiti di colori più puri i concetti di bellezza, desiderio, eros, abbandono, rifugio: perlato avvolgente, rosa acceso, verde accogliente, giallo pingue e rosso scottante: e nero brillante.

I temi sono appunto quelli a cui le più recenti uscite di questo autore ci hanno abituato. Così, in Grave disordine con delitto e fuga, titolo che sembra veleggiare fra Simenon e un’opera musicale, i temi sono quelli che più spesso abbiamo imparato a conoscere, a cui dobbiamo aggiungere l’ironia, l’altro tratto caratteristico della sua scrittura, presente sin dai tempi del Pantarei, il suo primo lavoro, tornato nel mondo editoriale solo da pochi anni dopo la prima pubblicazione, dimenticata, del 1985. Ironia che si scorge sin dal titolo, dato che il protagonista De Rossi parla con costanza di lieve disordine. Ma tempo al tempo, perché va comunque reso onore alle virtuose intenzioni di Giuseppe Girimonti Greco e di Terrarossa edizioni,

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Olenekiano

…peu actifs, voraces, croqueurs de petites proies, rôdant sur le sable humide, protégés par une armure impénétrable, rois de la création à une époque où il suffisait d’être solidement charpenté pour obtenir le sceptre…
C. Flammarion, Le monde avant la création de l’homme

Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia.
G. Verga, La roba

Mia sorella Pinuccia è il tipo di parente che ti ritrovi sempre tra i piedi anche dopo che non ne hai più la necessità. In famiglie come la mia il tempo passato insieme è davvero poco; per di più nel nostro caso c’erano davvero troppi figli e mamma, l’unico genitore disponibile, ci ha badato un tanto al chilo e solo finché ha potuto, cioè per poco tempo. Ci siamo separati, io e i miei fratelli e sorelle, nella convinzione che non ci saremmo rivisti mai più. E così è stato tranne che per Pinuccia, che dopo qualche anno di vagabondaggio ha messo su casa proprio accanto a dove sto io.

«Bisogna che te ne vai, Pinuccia» le ho detto quando l’ho scoperto.

«Dimmi una sola ragione per cui dovrei farlo.»

«Qui comando io.»

«Fin . Da lì in poi comando io. Io sto a casa

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Se la morte (non) ci fa pensare

Bitetto sceglie di sollevarsi dal piano terreno dei suoi personaggi, si prende la libertà di giudicare i comportamenti umani portando anche noi su un piano superiore, con il pretesto di una statua di Padre Pio che si fa osservatrice, narratrice delle storie che vede svolgersi sotto i suoi occhi, delle preghiere che sente rivolgersi, nel giardino privato delle onoranze funebri dove è stata voluta dal suo proprietario.

Statua, dunque, non santo. Feticcio, non verità, pezzo di roccia che finisce per trasformarsi per mano dell’uomo e ad atteggiarsi per quello che l’uomo l’ha designata: santo, appunto, ma Santo niente, Sacro niente.

Il libro, uscito per Voland, è introdotto da una nota di Leopardi sulla disperazione e sull’onnipotenza, dunque sulla vanitas, che è difatti il tratto ricorrente, sia dei personaggi coinvolti in questo excursus che di narrativo ha tutto e niente, sia della situazione in sé, dato che le risposte del santo non esistono, una statua non può rispondere, anche se a questo discorso ci sono due eccezioni. Se la gran parte dello spazio del libro è dedicato alle storie che pochi personaggi che si susseguono senza un filo logico che le unisca ci raccontano, ci sono però altri due personaggi, Antonio e il ragazzo, che ricorrentemente entrano in relazione, inevitabilmente, con la statua, il primo perché se ne deve occupare per tenerla pulita, il secondo, il figlio del proprietario della ditta, un ragazzo sveglio e curioso e carico di domande esistenziali alle quali il santo prova a rispondere e alle quali

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I corti e generosi amori al campo dei bersaglieri

In L’amore al fiume (e altri amori corti) (in libreria da questi giorni per i tipi di Wojtek), Ezio Sinigaglia torna a parlare con la consueta sagace brillantezza linguistica e caratterizzante di amori durante la vita militare. La composizione si fa come sempre intelligente e ardita e i 6 racconti che compongono questa nuova uscita raccolgono ancora una volta svariati tipi umani, tutti percorsi da fremiti erotici e complesse e burrascose situazioni. Il campo all’interno del quale si svolgono queste storie intrecciate fra loro senza un preciso incastro ma seguendo logiche più che altro dipendenti dai temi che ricorrono fra i vari personaggi, è il classico spazio disordinato e disorganizzato dove vige una disciplina apparente e tanta noia, vero motore dell’eros che in bassorilievo esce dalla pagina pungente e avvolgente.

Nel primo racconto, L’amore al fiume, sin da subito infatti emerge l’ironia di Sinigaglia che condurrà poi a soluzioni stilistiche e tematiche degne di un attento osservatore della realtà e dei comportamenti umani. La voce narrante è lirica, ampia, precisa, e a ben guardare è proprio questo il tratto migliore della penna, del graffio di Sinigaglia, attraverso il quale si può vedere nella sua interezza ora questo ora quell’uomo preso nei suoi presupposti sociali, in questo ambiente specifico, con gli altri commilitoni bersaglieri. I due protagonisti del primo racconto li troviamo subito nudi a fare il bagno nel fiume, e alla totale naturalezza della situazione si aggiunge la differenza fra Cecconi e Zanella, il primo un sagace conquistatore e conoscitore

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Il passeggero che siamo

Sono passati oltre quindici anni dall’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, quel La strada che gli aveva valso il Pulitzer e di cui si vociferava che non ci sarebbe mai stato alcun discendente. Invece è finalmente uscito anche in Italia Il passeggero, romanzo che aveva fatto parlare di sé, come presumibile, sin dall’inizio, anche perché molti avevano sostenuto che lo scrittore di Providence non avrebbe più raggiunto certe vette stilistiche. Ma Il passeggero sa come destrutturare tutte le attese, spostando oltre i limiti i presupposti dei lettori facendo perno sui limiti dell’arco del potenziale narrativo del contemporaneo, già elasticizzato negli ultimi anni da autori capaci di realizzare opere d’arte fluide sotto forma di romanzi, fiumi di parole dalle correnti travolgenti e pluridirezionali. Penso a Cărtărescu, a Foster Wallace o ai più classici ma non meno verbosi Roth o Bellow.

Il logos mccarthyano afferisce però a una tradizione letteraria più spigolosa, americanissima senza dubbio (Hemingway, Faulkner), ma più universale, un corso metafisico sotterraneo che ricorda ieri Kafka e oggi Krasznahorkai, per citare due autori lontani fra loro soltanto nel tempo. McCarthy si fa insomma metafisico, costruisce domande da un’osservazione acuta del reale contemporaneo che è a sua volta fatto di domande. Ma non è tutto.

Il passeggero, nel tempo si impone come oggetto narrativo istantaneo e duraturo, unico e plurimo nei suoi contenuti, l’asse portante della scena principale che è di Bobby Western alle prese con una storia misteriosa di fuga da e verso tutto il resto della portentosa macchina narrativa messa

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