Sofia story

Vivevano insieme nella periferia di Sofia e ascoltavano il vento scontrarsi con le pareti davanti a ingombranti tazze di caffè riscaldati. Lui diceva sempre parole adulte e le sue labbra si muovevano piano per non riaprire la crepa. Lei gli sorrideva anche quando era arrabbiata e le sue mani contorcevano un foglio di carta. La sera non era densa e sapeva far venire a galla anche le voci più sottili. Calò rapidamente e li trovò seduti allo stesso tavolo, come ombre nel buio. Le sette di sera erano l’eternità, che in quel momento sembrava immutabile e d’argento.

Lui alzò la testa e le fece un cenno con la mano. «La notte in cui lasciai la Bulgaria vidi una donna fare l’amore con due uomini nella stiva, uno di loro era il capitano. Attraverso il vetro riuscivo a vedere le smorfie che faceva; adesso non sarei in grado di descriverle, ma le ricordo bene.» La donna rimase in silenzio. Si domandò perché rievocasse adesso quel ricordo, ma non colse il momento giusto per chiederlo. Lui stava già continuando: «Il Mar Nero mi è sempre sembrato un vecchio gigante, e in quel momento, in quelle smorfie, mi sembrava un bambino addormentato».

Ci furono alcuni secondi di silenzio e lei si alzò dirigendosi verso la cucina, dove aveva lasciato sul fuoco una zuppa di patate. Passando, premette l’interruttore e riportò in soggiorno la luce. Mescolava e lo immaginava su una barca di notte e immaginava l’odore che ha l’aria su una barca di notte. Lui si voltò a guardare un loro vecchio sorriso dentro una cornice di rovere, attendendo di sentire il suono del mestolo di legno che batte sulla pentola di metallo. Sapeva che dopo averla mescolata lo avrebbe leccato e riposto longitudinalmente sopra la pentola. Nel frattempo, si scoprì a pensare alla prima notte passata insieme: lei, proprio come poco prima, era un’ombra e i suoi occhi la fissavano sbilanciati come a cercarle nel volto un punto d’appoggio. Il silenzio pulito, limpido, lo distraeva portandolo a fantasticare. Cercava definizioni da condividere con lei per farsi amare, quando ormai le parole che pronunciava non erano che la padella su cui cuoceva le sue stesse emozioni. Non capiva ancora a cosa lei pensasse nel ripetere a memoria qualche frase che forse aveva sentito in un documentario o forse aveva scritto lei, ma non avrebbe mai avuto il coraggio di confessarglielo. Anche lei scrive, questo lo scoprì più tardi e non volle farglielo sapere.

L’atteso arrivo del suono del mestolo sembrò spazzare nel passato l’unico frammento di futuro che riusciva a vagheggiare, e la sua mente scivolò giù. In cucina, mentre leccava il mestolo, una ciocca di capelli le scivolò davanti agli occhi e con l’altra mano se la portò dietro l’orecchio piegando la testa: le note della canzone dei Beatles che da giorni le ronzavano dentro precipitarono a terra. Le facevano tornare alla mente la prima volta che lui se ne andò: «Non so se c’è più cenere nei tuoi occhi grigi o sulle mie labbra. Solo molto lontani, in continenti diversi, le nostre eco riusciranno a sfiorarsi appena: il minimo per non sentirsi troppo soli, il massimo per non incinerarsi a vicenda» scrisse in un foglio lasciato accanto ai piatti e al reggiseno sporchi di ore, settimane o mesi, non lo sapeva. Poi pensò alla seconda volta «quando non ritornerai più, dopo il fuoco, ti manderò ancora cartoline vergini e mute: non riconoscerai nemmeno i nostri ricordi di viaggio e i nostri luoghi comuni; ma saprai che ti sono fedele». Questa non era sua, le confessò al suo ritorno, molto dopo, quando si faceva strada, a poco a poco, un alfabeto diverso fra loro. E ancora il nuovo e il quotidiano si mescolarono rapidi e compatti attraverso gli incavi di tempo e spazio tra i loro uffici, senza percepire i brevi intervallati, perché colmati anch’essi dalle riserve di eccitazione che si formavano quando erano insieme nello stesso posto. Nemmeno in quel momento riusciva a capire se ne fosse stata coinvolta o meno, se ci fosse andata o ce l’avessero trascinata, se tutta quella passione fosse mossa da un sentimento o dall’ambizione di provarlo.

Ci furono anche una terza fuga e un terzo ritorno. Non cambiava niente, solo ogni volta avevano qualche anno in meno da vivere. Uno sguardo indolente ai piatti nel lavandino, poi il mestolo sopra la pentola e il posacenere in soggiorno. I loro sguardi si incrociarono alla luce e mentre lui continuava a parlare lei ancora pensava a come rispondere.

«La prima volta che arrivai in questa città percorsi la strada che dalla cattedrale Nevskij porta al teatro nazionale e vidi tante facce stanche; come segnate dalla noia, capisci? Esattamente la stessa che percepivo in ogni mattone di questa città quando scrissi: “Sofia è una vecchia barca ormeggiata. Non si mostra. Ne puoi vedere le rughe ma non racconta il suo passato.” Il flusso di persone e voci che mi scorrevano a fianco sulla Rakovski – come tanti imperfetti aeroplani di carta – mi servivano solo per accertare ogni vecchio rimorso e defezione – la mia mancata esplosione. Strascicavano affaticate ogni dubbio da chiarire. Come dopo un incubo, mi fermai ansimante, e rimasi pensare all’adolescenza: anni e anni impiegati a indebitarmi con Dio. “Stanotte non voglio sentire rumori, non voglio sentire suonare nessuno. Forse riuscirò a rintracciare gli spasmi di soffocamento dell’ultimo amico abbandonato – quello che non ho apprezzato mai. Inutili sorrisi non mi fanno compagnia, lo spreco di energie per alimentare una bugia a cui nessuno crede” proseguivo a scrivere.» Le sfiorò una mano con una mano, «sfilacciati come il tabacco sono ormai questi ricordi. Scusa, non so nemmeno dove volevo arrivare».

Avrebbe voluto fargli una domanda, ma cercava ancora la risposta. Aveva la sensazione che quella sera avrebbe potuto sapere tutto ciò che avrebbe sempre voluto sapere, per capire, ma ancora senza dire una parola lei gli tolse il piatto e nelle sue mani le sembrò si potesse sbriciolare. Tornò in cucina per riporlo nel lavandino e ricordare senza essere spiata quegli alberi davanti alla sua prima casa: quel giorno si agitavano come fossero loro a direzionare il vento, mentre il freddo teneva le mani sulle sue guance e sembrava poter penetrare la stoffa fine dei jeans. L’autobus pareva non passare mai e una strana barba germogliata su un volto anonimo le chiedeva informazioni. Doveva incontrarsi con lui e barattare il suo ego con una carezza confusa, ma si innamorò. Lui sbucò in cucina a metà dei ricordi e le prese una mano tra due mani; lei notò una ruga che non conosceva e la percorse per uscire di casa, e dalla sua vita: «Meglio un silenzio smarrito e assorto, come un bambino in un ospedale, che questo tuo ti amo bisbigliato con voce sommessa e gli stessi occhi con cui per tre volte te ne sei andato. Adesso le tue rughe sono diventate le stesse di Sofia: nella valigia ho messo solo il vestito con cui ti ho dimenticato e la mia schiena rigida, come dicevi, ora non è che un vecchio parafulmine, così usurato da non proteggere più nemmeno se stesso». Non scrisse la data alla fine della lettera, come faceva lui.

Racconti | Sofia story | Fabrizio Sani

Immagine: Caraffa e libro, Juan Gris, 1919-1927

Fabrizio Sani è nato in provincia di Arezzo nel 1994 e vive a Roma. È laureato in Editoria e Scrittura presso l’università La Sapienza. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Si innamoravano tutti di me e io del loro amore (SuiGeneris, 2018) e Il Contrario di abitare (I Quaderni del Bardo, 2022) e un saggio per Edizioni Malamente: Camminare rasente al muro (2023). Ha collaborato con case editrici e agenzie letterarie. Si occupa di letteratura e cinema su riviste cartacee e digitali. Dal 2022, assieme al musicista Marco Nardone e alla pittrice Anita Zanetti, porta in scena uno spettacolo dal titolo Lessico della mancanza.

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