Il fronte psichico

«Perché la salute mentale è una questione politica», recita il titolo di uno dei più importanti articoli di Mark Fisher, pubblicato sul Guardian ormai dodici anni fa. La denuncia contro la privatizzazione dei problemi mentali, imposta dal sistema dominante e dalle politiche neoliberiste, e l’urgenza di ricondurli a una dimensione anche sociale e politica sono punti fondamentali del pensiero del teorico britannico, scomparso nel 2017 dopo una lunga depressione.

Fisher ci ritorna in diversi testi e articoli. Nel suo libro più noto, Realismo capitalista, ad esempio leggiamo: «la pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati». Insomma, per parlare di disagio mentale non basta parlare di ciò che non funziona nelle teste degli individui sofferenti, bisogna considerare anche cosa non funziona nella società. E se negli ultimi anni la salute mentale è diventata un argomento centrale e ricorrente nel dibattito pubblico, quella necessità di una ripoliticizzazione del tema su cui insisteva Fisher resta evasa.

Un libro recente che la lezione di Fisher (che non per nulla è presente fin dall’esergo) la tiene ben presente è Il fronte psichico di Jessica Mariana Masucci, uscito qualche mese fa per Nottetempo. Come annuncia il sottotitolo, Inchiesta sulla salute mentale degli italiani, il volume è innanzitutto un lavoro giornalistico, svolto in maniera molto accurata e rigorosa, finalizzato a dare un compendio esauriente di quello che, oggi nel nostro paese, è lo stato dell’arte delle questioni che girano intorno al benessere mentale. È dunque un libro fatto anche di dati, di interviste a persone che, a diverso titolo, sono coinvolte in prima linea, di esplorazione di tante e diverse realtà attive sul territorio. Ricordandosi sempre – come dicevamo – che il problema della salute mentale ha sempre un contesto sociale che gli sta attorno e quindi una carica politica che sarebbe colpevole ignorare.

Parlando della situazione nel nostro paese non si può che partire, dunque, dalla constatazione di come il settore della salute mentale in Italia sia cronicamente sottofinanziato dalle istituzioni. Se una recente ricerca pubblicata da Lancet (e citata nel libro) dice che «i paesi a reddito medio-basso dovrebbero aumentare le spese per la salute mentale almeno al 5% e quelli ad alto reddito almeno al 10% del totale del budget per la salute», in Italia, paese ad alto reddito, risulta che «nel 2020 si è speso per la salute mentale il 3% del budget nazionale per la sanità». Scarso investimento pubblico significa inevitabilmente il proliferare delle disuguaglianze.

È soprattutto nell’ultimo capitolo che emerge in maniera drammaticamente evidente il paradosso di come le fasce più deboli della popolazione siano quelle più esposte a problemi di disagio mentale e, contemporaneamente, quelle che più difficilmente riescono ad accedere a cure adeguate. Ma il tema delle disuguaglianze emerge un po’ ovunque tra le pagine de Il fronte psichico. Nel terzo capitolo, ad esempio, si compie un’ampia ricognizione di quelle che sono le possibili applicazioni delle più avanzate tecnologie alla cura dei disagi mentali. Tra medicina digitale, realtà virtuale e chatbot nuove promettenti possibilità terapeutiche si sono aperte o si apriranno presto. Ma restano terapie che non godono di nessuna forma di rimborso pubblico e che quindi paiono destinate a restare non accessibili per tutti.

Un discorso simile si potrebbe fare per le terapie che prevedono l’uso degli psichedelici. Un campo di ricerca che negli ultimi anni ha acceso notevole interesse ed entusiasmo (da qualche tempo si parla di rinascimento psichedelico) e che ha molte potenzialità. Ma anche qui, considerando che si tratterebbe di cure costose (anche perché necessitano di essere accompagnate da assistenza psicoterapeutica) e che è difficile immaginare che possano venire coperte dal Servizio sanitario nazionale, il rischio è che si riveleranno anch’esse terapie d’élite, di cui potranno godere solo chi ha una certa disponibilità economica.

Ma Il fronte psichico è un libro che porta avanti anche una attenta analisi sui discorsi che stanno intorno alla questione del benessere mentale. Ad esempio, un intero capitolo è dedicato a come il tema sia, negli ultimi anni, esploso sui social network, andando a creare un genere specifico di content. Se il fenomeno ha anche degli aspetti positivi – come contribuire a una diffusa «alfabetizzazione psicologica» che fino a qualche anno fa era tutt’altro che scontata – ci sono anche effetti collaterali da non sottovalutare. Il rischio sempre presente è quello della superficialità e dell’eccessiva semplificazione le cui conseguenze possono essere l’uso a sproposito di etichette diagnostiche, o addirittura la creazione e diffusione di nuove etichette prive di un reale fondamento scientifico; oppure, casi in cui si finisce per trattare la malattia mentale come se fosse una sorta di sottocultura, attraverso cui definire la propria identità, magari avvalendosi di spericolate autodiagnosi; o ancora, c’è il pericolo di favorire una tendenza alla «medicalizzazione di alcuni vissuti emotivi» non necessariamente patologici.

Ma, attenzione, anche i media tradizionali non sono esenti da colpe e mancanze. Masucci giustamente sottolinea come «alcune storiche testate giornalistiche in Italia sono cadute nella trappola della semplificazione, sbandierando con superficialità il luogo comune della lotta allo stigma mentre riportavano le esternazioni di personaggi pubblici che parlavano di salute mentale, senza interessarsi ad approfondire le conseguenze». Problemi si possono anche rilevare nel vecchio vizio dei media di trattare anche questioni delicate come queste con un discutibile gusto per il sensazionalismo, buono solo a scatenare ondate di «panico morale».

C’è poi il discorso intorno alla salute mentale nel dibattito politico. Anche lì «rispetto al passato qualcosa è cambiato: già solo il fatto che se ne parli». Ma parecchia strada resta da fare, soprattutto considerando come per i nostri politici l’unico approccio applicabile pare essere quello economicista. Il fatto che su questo tema il punto più discusso negli ultimi anni sia stato il cosiddetto bonus psicologico – come se il massimo che la politica possa fare per favorire la salute mentale dei cittadini sia far pagare meno la psicoterapia – la dice lunga. Bisognerebbe ricordarsi che il benessere psichico non dipende, in prima battuta, da quante sedute si fanno con uno psicologo, ma dalle condizioni in cui ci si ritrova a vivere. Insomma, stanziare più soldi è utile ma, scrive l’autrice, «potrebbe non bastare mai, se parallelamente le disuguaglianze sociali aumentassero». Perché «non basta a livello individuale potersi permettere le terapie, anche quelle più innovative, se non ci si riappropria della dimensione collettiva della mente».

Saggistica | Il fronte psichico | Jessica Mariana Masucci | Nottetempo | 208 pagine

Marcello Conti è nato in Piemonte nel 1992. Si è laureato in Lettere moderne a Torino e ha studiato giornalismo a Bologna. È giornalista professionista e collabora come cronista con Repubblica. Cura il podcast indipendente Sottolineature, dedicato alla saggistica.

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