Il primo viaggio

Questa question fec’io; e quei ‘Di rado
Incontra’, mi rispuose, ‘che di noi
Faccia il cammino alcun per qual io vado.
Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
Congiurato da quella Eritto cruda
Che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
Di poco era di me la carne nuda,
Ch’ella mi fece intrar dentro a quel muro,
Per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
Quell’è il più basso loco e ’l più oscuro,
E ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
Ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
Inf. IX 19–30

Da ormai tre o quattro anni Virgilio era morto. A essere onesti, dopo quella brutta insolazione – e col rottame di stomaco che si ritrovava – la cosa non gli era parsa strana, e una volta fatta, non si era scomposto più di tanto. Quando si trovava a discuterne con gli amici, ne parlava come di un fatto trascurabile. E non si poteva negare che quello che aveva imparato dopo morto era la vera notizia.

Quando fu richiamato tra i vivi era appunto morto da tre o quattro anni. Intendiamoci, tre o quattro anni per noi che viviamo nel tempo lineare: all’Inferno il tempo non esiste. La chiamata lo sorprese mentre pensava a tutt’altro. Appoggiato ad una roccia scaldata dalla timida luce del Limbo, all’ombra di un abete, si era perso in chiacchiere con altri romani e greci morti prima di lui, in particolare con Cornelia, la mamma dei Gracchi, seduta accanto ad un ruscello, la quale ad un certo punto disse:

«Publio, scusa se ti interrompo ma ti stanno a fare un incantesimo.»

«Ah

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