La realtà con i filtri

Hanna Bervoets scrive un racconto studiato per rappresentare un’epoca industriale in via di definizione: il digitale. Lo fa, come precisa alla fine del libro in una nota, raccogliendo materiale sulle condizioni di lavoro dei “moderatori di contenuti digitali”. La storia, romanzo breve edito da Mondadori, inizia rivolgendosi all’avvocato insistente, Stetic, destinatario della lunga confessione. I dipendenti di un’azienda subappaltatrice lavorano per un datore di lavoro innominabile, social media di dimensioni globali: devono selezionare la qualità dei contenuti, l’accettabile socialmente. Se un video, un post, una foto o una diretta violano le regole della community, il contenuto va rimosso, come da titolo.

«Ho visto la diretta di una ragazza che si infilava un coltellino per nulla affilato nel braccio, ha dovuto spingerlo fino in fondo prima di vedere affiorare una goccia di sangue. Ho visto un uomo che prendeva a calci il suo pastore tedesco così forte da farlo da farlo sbattere contro il frigorifero per i guaiti. Ho visto bambini sfidarsi a ingoiare una dose spropositata di cannella. Ho visto gente decantare le qualità di Hitler con vicini, colleghi e lontani conoscenti così, senza troppi problemi, a uso e consumo di potenziali partner e datori di lavoro: “Hitler avrebbe dovuto completare l’opera” sotto alla foto di due migranti su una barca.»

La mission espone a turni massacranti, con standard di resa programmati e inflessibili, set temporali in cui scandagliare decine e decine di prodotti multimediali creati dagli utenti, metaboliti del lato oscuro dell’umanità, immoralmente riversati sulla piattaforma di condivisione, in

Continua a leggere

Site Footer