Colpo gobbo

Nel tempo delle fascette sui libri, uno degli aggettivi che più spesso notavo senza capire esattamente cosa significasse era “delizioso”. Colpo gobbo di Franz Bartelt, edito da Prehistorica, si sposa precisamente con l’evocazione che questo aggettivo provoca se applicato a una lettura.

Si tratta di un divertissement di pieno spirito francese e felice ironia, dove la narrazione vuole mostrarsi seria solo per poi irridersi continuamente. Il lettore ne rimane spiazzato. Ogni volta sente che l’autore ha qualcosa  di molto serio da dirgli, ma regolarmente interviene qualcosa che lo stuzzica, lo pungola e infine lo devia.

Scritto in tono canzonatorio e ammiccante, Franz Bartelt gioca una partita in cui si sentono echi di Amélie Nothomb ma distorti con effetti caleidoscopici, una scrittura che strega e crea tensione verso un altrove che si costruisce passo passo in un disegno che si lascia decifrare soltanto nel finale, una scrittura che abbaglia illuminando nei nostri giudizi ciò che la superficie reitera impietosa, ma che ci costringe continuamente a socchiudere gli occhi lungo i confini del sospetto, alimentato sapientemente dalla dimensione ludica e assurda che è la scena del romanzo.

Ha anche qualcosa di teatrale, Colpo gobbo, dato che l’azione si svolge quasi interamente nello stesso spazio. Inoltre i personaggi sono molto caratterizzati, carichi di una densità che solo l’alternanza della scrittura nella voce narrante del protagonista, ora nel racconto delle azioni, ora nelle sue elucubrazioni, può spezzare in favore di un ritmo veloce e leggero.

Sospeso fra incredulità, ricordo e istinto di salvezza, infatti, il protagonista, di cui conosciamo solo il soprannome, il Puma, è soltanto un mezzo ubriacone che si crede poeta e abile

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