Storia di un altro

C’erano delle mosche morte sul mio casco da pilota numero ventiquattro. Le vedevo da terra. Il maresciallo suonava il campanello. La donna delle pulizie: «Non apre non risponde ho sentito un colpo vi prego!» Il maresciallo entrò in casa. Si sentì il rumore dei tacchi. Doveva avere le scarpe usate ai battesimi, tirate a lucido forse per l’occasione che mi ero sparato. La donna delle pulizie sibilò qualcosa. Gli agenti si scagliarono contro la porta. Da dentro, sentii il rumore della manica di una giacca che urtava contro il legno.

Iniziò il ritmo serrato delle spallate. Il maresciallo chiamò i vigili del fuoco. Nello studio i secondi passavano, con la luce flebile di dicembre che si schiantava sui libri; facevano angolo nella grande biblioteca, fermi. Echeggiava solo il rumore di una candela sul tavolo, sotto a un piattino d’argento. Non l’avevo mai accesa, mi ero riproposto di farlo per mesi nell’appartamento della signora, una padrona di casa ineccepibile.

La donna delle pulizie urlava, diceva frasi strane nella sua lingua, che non riesco a riprodurre nemmeno nella mia mente di morto e avevano giurato sarebbe stata infallibile. Si affievoliva la luce. Ai miei occhi diventava un raggio. Così sembrò essere la storia di un altro. Socchiusi le palpebre. L’immagine a un certo punto decise di restringersi. Tornai vigile dopo una spallata più forte. Il maresciallo disse a qualcuno che non c’era tempo.

Mi tornava in mente il motivo per cui ero andato nello studio. Non avevo intenzione di spararmi. Volevo vedere se la pistola fosse ancora nella scrivania. Ero in vestaglia. La mattina del sabato ero solito mettermi a leggere. Avrei

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L’ordine degli universi

In Turchia chiamano il Mar Mediterraneo Ak Deniz, mare bianco. Marco lo ascolta dire in televisione mentre incarta un enorme uovo di cioccolata, con dentro un rossetto scuro, perché Denise ama i trucchi scuri e ama le uova di cioccolata.

La scuola è finita da venti minuti. Si sentono i motorini volare giù da via Castiglione. Il Gonzo è senza mutande, non le ha messe perché ha caldo – dice –, ma forse è per festeggiare l’evento che stavolta non dovrà ripetere l’anno.

«Cazzo, dài! Scendi o salgo? Salgo?»

Non ha il senso della misura.

Il Gonzo e Marco sono compagni di banco. L’anno scorso si sono fatti bocciare per aver tentato di dare fuoco all’auto della preside Grisaldi, nel suo giardino.

«Ho visto un uovo di cioccolata!» dice il Gonzo. «Marco… cazzo… ho visto un uovo di cioccolata!» Il Gonzo urla e si mette le mani tra i capelli ricci unti e inizia a ridere sguaiatamente grattandosi la testa umida di sudore. «Cazzo… Marco… ho visto un uovo di cioccolata, a giugno!»

Una vespa piccola gli gira attorno. Marco la vede dall’angoletto della finestra ma non gli dice nulla, all’amico senza mutande.

«Denise è la ragazza per me, invece. Lo sai?» dice il Gonzo.

Marco sta aggiustando il fiocco rosso. Lo sta sistemando facendo attenzione che la curva di rosso a destra sia poco più grande della curva a sinistra, pretendendo di centrare l’armonia.

Ora soffia contro la seta per scacciare la polvere.

Scuote la testa. Il Gonzo da fuori lo fissa.

Marco prende un pennarello. La carta che copre l’uovo è bianca e stropicciata, così ci

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A Torti

Il belvedere era un cumulo di voci che si estendeva da un lato all’altro della piazza, i bambini erano vestiti a festa, il parroco apriva le mani fissando il cielo e la folla al ritmo delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie «di libertà, di santità». Raffaello continuò a scendere dalla torre, mi affacciai meglio alla finestra per cercare Matilde. Noi tre eravamo stati compagni di scuola, con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra – il paese, le campagne, la cittadina accanto a dieci chilometri, dove avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata venticinque anni prima, un altro giorno di Pasqua. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano borse, scarpe, cinte. L’avevo conosciuta a casa di una mia zia. Matilde era vestita di bianco, c’era appena stata la messa sulla terrazza – era vestita come si suole in una ricorrenza: una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e quasi alle caviglie, un laccio di seta legava il fiocco al collo anch’esso bianchiccio come quello dei nobili; mentre io non ero vestito da cerimonia, ero in tenuta da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da sportivo, con i nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena. Da lì avremmo fatto insieme medie e superiori, si sarebbe trasferita con me per studiare a Milano, vivendo nel mio stesso palazzo nei pressi di Porta Venezia. Poi si era sposata. Con uno. Avvocato come

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