Cronorifugio

Nel dibattito sulla letteratura contemporanea, fervono diverse riflessioni, analisi, discussioni che mi trovano di fatto d’accordo, che reputo acute, stimolanti, pervicaci. Ampio spazio si dà a stili, linguaggi, forme, come se l’operazione di aggiornamento del romanzo in atto da oltre un secolo grondi tuttora di spirito di rinnovamento. E per fortuna, aggiungo, perché di forme e stile si parla persino poco, e se se ne parla poco è perché non sempre c’è. Infatti all’interno di queste discussioni non ultima è quella che riguarda un certo abuso di tematiche tanto care alla filiera editoriale, sempre pronta ad accontentare i gusti del pubblico ingurgitandolo di stucchevoli storie di adolescenti in fuga, appiccicaticci racconti di individui di mezza età in cerca di sé stessi e sé stesse attraverso l’indagine sui propri traumi e le relative rimozioni, di accostamenti forzosi che portano i lettori a indagare in territori insoliti, estremi, anomali ma non sempre convincenti.

Non che ci sia qualcosa di male in sé in ciascuno di questi macroargomenti, sono linee che la letteratura del ‘900 conosce bene, anzi, a ben guardare è la parte della letteratura contemporanea che resiste di più, che fin dagli esordi del romanzo moderno gode di fortuna e interesse. È facile riconoscere tuttavia, da chi la discussione la conduce in modo attento, critico, fuor di retorica, che esiste davvero un eccesso, attualmente, che è in parte il riflesso dell’alto numero di libri pubblicati e in parte la poca voglia di mettersi in gioco da parte di editori, scrittori e lettori stessi, che preferiscono un gioco al ribasso di cui forse non sono del tutto consapevoli.

Questa lunga introduzione al presente articolo dedicato

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