A Torti

Il belvedere era un cumulo di voci che si estendeva da un lato all’altro della piazza, i bambini erano vestiti a festa, il parroco apriva le mani fissando il cielo e la folla al ritmo delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie «di libertà, di santità». Raffaello continuò a scendere dalla torre, mi affacciai meglio alla finestra per cercare Matilde. Noi tre eravamo stati compagni di scuola, con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra – il paese, le campagne, la cittadina accanto a dieci chilometri, dove avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata venticinque anni prima, un altro giorno di Pasqua. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano borse, scarpe, cinte. L’avevo conosciuta a casa di una mia zia. Matilde era vestita di bianco, c’era appena stata la messa sulla terrazza – era vestita come si suole in una ricorrenza: una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e quasi alle caviglie, un laccio di seta legava il fiocco al collo anch’esso bianchiccio come quello dei nobili; mentre io non ero vestito da cerimonia, ero in tenuta da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da sportivo, con i nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena. Da lì avremmo fatto insieme medie e superiori, si sarebbe trasferita con me per studiare a Milano, vivendo nel mio stesso palazzo nei pressi di Porta Venezia. Poi si era sposata. Con uno. Avvocato come

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