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Fervore

L’idea del sesso in macchina con Clodia non mi piaceva neanche un po’. Era un’idea balzana, una vera idiozia. Ho lasciato perdere. Lei era bella, splendeva nella sua camicetta logora tipica da intellettuale degli anni settanta, bisogna dirlo, riusciva a farmelo rizzare anche solo parlando di vecchi poeti ungheresi morti di setticemia in qualche vecchio kolchoz, insomma, roba da farci un pensierino. E comunque niente da fare: le interminabili premesse a una serata da profumi tipici, di luoghi comuni occidentali: amanti polimorfi, sentimenti falsati, mi fanno lo stesso effetto del Serpax. Crisi respiratoria. Depressione. Morte. In poche parole: la vita di tutti i giorni.

Sono le tre del pomeriggio e sono chiuso nella mia stanza del quartiere più povero di tutta la città. Mi rannicchio per terra, penso sempre a Clodia. Cosa starà facendo adesso? Sono sicuro, sarà chiusa in bagno a guardarsi i peletti biondi! Cosa faccio, la chiamo? Mi ama, forse? Ma cosa gli dico? Oh, sì, certo, che quella sera non avevo voglia di farlo in macchina… no… Mi vergogno! Sono ossessionato da lei? Sono una brava persona, la chiamo e mi scuso. Sì, sì. Penso sempre a lei. Non è il solito pensierino, quella sera lei ha insistito e io come un coglione me ne sono tornato a casa. Dovrei smetterla di leggere i libri in paraffina tanto belli.

Sono qui spezzato come un giunco sotto l’acqua. C’è chi amando, manda i suoi pensieri a sbattere sempre sulle ombre di malinconia, sono tutti spacciati, spacciati senza dignità, tutti chiusi nella spirale fottuta di amori alati e sognanti. Più grande è l’amore, maggiore è la tendenza a idealizzare amori da pellicole sfigate francesi dal colore delle scenografie sbiadite. Questa ipotesi è la prima presa in considerazione dagli sfigati romantici dalle tendenze colte. Io scelgo altro: fagocitarsi e

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Nel Rust Belt di Markley

In una storia due elementi possono essere particolarmente evocativi: un funerale e l’adolescenza. A essere rispettabile è anche la ricerca del grande romanzo americano. Esiste chi ama l’ostinazione, da isolato supporter dei topos letterari più bistrattati; sbirciando però tra le recensioni, quelle dei lettori di ogni tempo, tra le opinioni di mezzo, c’è da rilevare che alcune colonne classiche del romanzo descrittivo dell’America, della storia che si aspetta per comprendere un paese variopinto dal luogo comune perfetto a esserlo o meno, sono strutture rese impopolari dalla lontananza. Ne sono varie, come l’ambiente allegorico e retrogrado, le attese sociali, la guerra, l’aspetto esacerbato dello sport. Mentre negli Us scatta l’amore trasmesso per il racconto familiare, critico, patriottico, filo che tiene insieme una tradizione grazie alla quale sopravvive, in Europa può essere percepito come solito. Ohio di Stephen Markley vive di questa carica, a seconda del pubblico riuscita o meno, in entrambi i mondi. Indovina il senso del thriller contemporaneo, demolitore di regole singolari, tanto da partecipare a rendere faticosa, sempre più, la caratterizzazione dei generi.

«Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciaio calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera americana.»

L’inizio è un volo cinematografico sulla cittadina di New Canaan, sul suo inevitabile funerale di punta, quello di Rick Brinklan. Il romanzo si apre con una bara vuota e una «grande bandiera americana». È il 2007, gli Stati Uniti fanno i conti da tempo con l’11 settembre del 2001 e le conseguenze da esso innescate. Alla parata qualcuno risulta assente, come l’autore precisa nel momento più significativo del preludio: «Bill Ashcraft e Porno Tina. Stacey Moore, ex campionessa di pallavolo ed ex seguace della First Christian Church. Un ragazzo di nome Danny Eaton che era ancora

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Una ragazza

Il re ha parlato, ieri sera, alla radio. Ha cercato di tranquillizzare il popolo, invitandolo a non aver paura del precipitare degli eventi e al tempo stesso a restare vigili, allerti, attenti. L’invasione può iniziare da un momento all’altro. È ingenuo sperare ancora nella pace. Ciascuno dovrà fare la sua parte, forse solo i bambini ne resteranno fuori, ma anche le loro vite saranno coinvolte.

Il governo ha mobilitato i soldati di leva, i riservisti e anche le riserve delle riserve. I miei fratelli sono già partiti; Luka è stato spedito a nord-est, vicino Spina, in uno dei luoghi più prossimi alla costa nemica, mentre Mahco è in servizio a Atia, sulla costa orientale, in un altro punto delicato. Basta guardare la cartina geografica per capire e non farsi illusioni. Siamo circondati. Ho l’atlante fra le mani, in questo momento, come i generali, e dall’atlante arriva una condanna senza appello. Il nostro piccolo Stato è un’isola grande pressappoco come la Cecoslovacchia. La terraferma non è distante, pochi chilometri ci separano da tre grandi Paesi: il primo, la Dittatura, è quello che vuole attaccarci, e ci guarda da est, da sud e in parte anche da nord. A nord e, per un tratto ad ovest, troviamo la Repubblica, a ovest/sud-ovest, il Regno. La nostra storia di isolani è sempre stata segnata da queste tre potenze che vorrebbero prendere possesso della nostra posizione strategica. Ma ogni volta che una ha provato a sottometterci, le altre si coalizzavano e impedivano alla terza di divorarci. È sempre stata così la nostra storia e sono secoli che ci salviamo grazie a questo equilibrio.

Sono vent’anni che la Dittatura ci lancia provocazioni, reclama pezzi di mare, isolette, ci vorrebbero meno disinvolti e più sottomessi alle loro manie di grandezza. Vogliono prendersi dal confine con i Paesi

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