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Un romanzo-ricerca attraverso la storia

Il ritorno alla narrativa di Alessandro Cinquegrani con Pensa il risveglio è l’approdo di un percorso poliedrico, l’insieme di diverse suggestioni. Non c’è l’aderenza a un canone narrativo classico, è un testo sperimentale e coraggioso, ma non esiste neppure un genere preciso nel quale collocare l’opera. L’impianto può essere quello del postmoderno, essendo forti i nessi nella struttura narrativa con il cinema e con la storia. È un meccanismo narrativo che scompone i piani del racconto e li dispone in modo originale e volutamente inatteso. L’orchestrazione si basa sulla ricerca, o meglio sulle ricerche.

La trama si muove intorno alla ricerca di Lorenzo, scomparso dal set di un film su Albert Speer, l’architetto del Reich, ma essa diventa un pretesto per una ricerca esistenziale, dell’identità, del senso del male nella storia e in ciascuno di noi, un tema inevitabilmente attuale nella misura in cui il nostro rapporto con il male passa sempre attraverso il confronto con i drammi della seconda guerra mondiale.

L’autore non nasconde nulla del suo progetto, rischiando di generare confusione nel tentativo di dare ordine alla storia. Questo si rivela però un punto vincente del romanzo, perché i passaggi da uno scenario all’altro avvengono sempre a sorpresa, aumentando se possibile il senso di confusione nel lettore. I parossismi, il caos, le catastrofi si rivelano gli strumenti concessi al lettore che si ritrova a seguire la quête con la stessa enfasi e gli stessi turbamenti del protagonista, Alberto. La ricerca avviene in lui e attraverso di lui, i suoi pensieri, i suoi schemi e i suoi superamenti e soprattutto i suoi frammenti, come se l’ipotesi di una soluzione restasse sempre tale, come una realtà che si svanisca in milioni di pixel prima di ricomporsi diversa.

«Si salva così, con buon senso calcolo, carisma, fascino, non è così, pensa,

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Corpo, desiderio, alterità

Il saggio Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, scritto da Georgios Katsantonis, e pubblicato dalla casa editrice Metauro, si rivolge a un segmento specifico dell’opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini: la drammaturgia. Prende in esame il corpo, come simbolo e desiderio: il corpo e il desiderio masochistico (Orgia), il corpo che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo tra scissione e visionarietà (Calderón). Il testo è diviso in tre parti funzionali. La prima è una scelta sadiana. Il linguaggio dei corpi in Orgia comparato con Philosophie dans le boudoir, «un dialogo tra idee e forme espressive sulla base di affinità concettuali nell’intendo di riflettere sul terreno delle modalità in cui la violenza viene ritualizzata attraverso il corpo amoroso sessualizzato». Perciò l’opera teatrale di Pasolini, Orgia, narrazione di una coppia, l’Uomo e la Donna, marito e moglie, che praticano sadomasochismo per rifuggire dagli schemi sociali, in una libertà chiusa su quattro mura. Dall’altro lato la lezione narrativa – anzi, per meglio dire «filosofica» – di Sade. L’adolescente Eugenié, istigato da Madame de Saint Ange, più un gruppo di libertini, tra cui spicca Dolmancé – dediti alla «discussione sull’anatomia degli organi sessuali e delle zone erogene, con puntuali verifiche pratiche, oltre all’apprendimento di specifiche tecniche di godimento».

«Non è azzardato sostenere che quella “allegria” che si origina dalla visione dello spettacolo della morte in Orgia richiama alla mente i sadiani “plaisir dans les maux d’autrui” o “plasir qui ne peut naître qui du spectacle des malheureux”. Qui è Pasolini stesso, col proprio corpo, a esporsi come vittima, ad assoggettarsi al supplizio, a sospendersi. Questa sospensione vale come attesa, come interruzione del cerimoniale di morte e come immobilizzazione del desiderio.»

Nella seconda parte si analizza Porcile. Il protagonista è Julian. Julian non è ubbidiente, né alle volontà

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Si può seppellire l’Amministratore Delegato nella hall?

Ci si dà del tu senza conoscersi, lo fanno tutti in questa sala al venticinquesimo piano di un grattacielo di vetro e acciaio, ma solo per un minuto, il tempo di scambiarsi i convenevoli e condividere poche sorsate di un drink annacquato, poi l’imbarazzo, o la noia, o una fasulla curiosità prendono il sopravvento e ci si separa, i diversi gruppetti quasi sincronizzati fra loro, eterodiretti se non proprio coreografati.

A uno di questi giri di quadriglia resto solo, poi vengo abbordato da un collega giapponese dalla pelle butterata, appena entrato, palesemente alla ricerca di una stampella umana a cui aggrapparsi. Ha mani nodose, nervose, buone solo per scrivere e-mail e non so se posso fidarmi di lui. Torno solo, poi verso del rosso a una giovane donna alta, molto alta, che mi stava osservando mentre riempivo il mio bicchiere e che mi ringrazia con un semplice sorriso, allontanandosi senza aprire bocca. Vacilla un po’ mentre cammina, sarà l’ebrezza, sarà l’altezza, io la seguo con lo sguardo ancora per un istante poi osservo la sala nella speranza di essere lasciato in pace, ma mi raggiunge il collega russo, quello grasso dei due, così grasso che la camicia fatica a entrare nei pantaloni. Ci tiene a condividere un pensiero che comprendo poco e male a causa del vino, della musica, del suo inglese stentato, del mio inglese scolastico.

Il tutto si ripete più di una volta. Guardo l’orologio e mi domando quando potrò defilarmi senza che la mia assenza si faccia notare, quando potrò finalmente andarmene a letto, non sono nemmeno le dieci, ma fatico a tenere gli occhi aperti, spossato dall’infinita giornata di lavoro, invece ricomincio a parlare con persone che non conosco, in una lingua che non capisco, di argomenti che non mi interessano. Sarà così fino alla pensione

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