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A spasso con Aram, spensierato e profondo

Anche Fifty-Fifty Sant’Aram nel Regno di Marte, il secondo dei due volumi che compongono l’ultima fatica di Ezio Sinigaglia, comincia con il solito gusto un po’ irriverente un po’ scanzonato del narratore Aram, il Narratore di questa storia, meglio noto come Warum perché così lo chiama Fifì, Fifty-Fifty, il principale degli altri personaggi di queste storie. Chi abbia letto Fifty-Fifty. Warum e le avventure Conerotiche è senz’altro abituato a questa voce abitata da giochi linguistici provocanti, espressioni intelligenti e capaci di lasciare la propria collocazione per arrivare in territorio nuovo e creativamente fertile. Basta solo il titolo del primo capitolo e reimmergerci in quel suo mondo: Il lattoniere degli dèi.

La storia di Sant’Aram nel Regno di Marte inizia con i soliti amici, un gruppo eterogeneo e ben archetipizzato: ci sono Aram, il fragile ma geniale Stocky e la sua amorfa moglie, i soliti banalissimi Smokecocks, l’intrigante Beauharnais, la pessima Manon. Soprannomi che attingono a diverse realtà, ma tant’è, Warum è un bagaglio di cultura e di ingegno, di ironia e di intenzione. E Fifì, ovviamente, il solito dolcissimo enigma, il bell’oggetto del desiderio di Aram, la perfezione del mai-raggiunto che ha cambiato l’esistenza di Aram addomesticandolo, riuscendo a farlo stare sulle spine ogni giorno, espressione della purezza assoluta. Ma Fifty-Fifty non è mai (ancora) riuscito a far cessare le domande nella testa e nel cuore di Warum. Sembra bene avviato ma qualcosa sembra non completarsi mai non solamente nella metà fisica dei due. E l’arrivo del lattoniere, la sua appartenenza divina non sembra essere tale solo in virtù della sua bellezza, ma per ragioni siderali, come quando il destino si serve di tutta la sua ironia per mandare i suoi messaggi e pretendere le sue risposte. È Sciofì, francesizzazione del suo cognome Cioffi, vecchia conoscenza di Aram, ricomparso ora

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Filetti di baccalà

Il signor Fausto ha un figlio solo. L’ha chiamato Lorenzo per via del dieci di agosto, anche se lui è di fine giugno. Cancro. Il percorso delle stelle cadenti, il luccicare schivo nel silenzio della notte verde, non lo aveva mai preso per un gioco tra adolescenti. Fosse venuta femmina, l’avrebbe chiamata di sicuro Cometa, come i sogni che cadono nei cassetti quando viene il giorno, o i respiri che interrompono i discorsi troppo seri e le mezze verità. 

Aveva cambiato tre case nel corso della vita. Ma mai città e mai moglie. Cristiana, come la sua devota esistenza, Fausto il chierichetto, Fausto il mezzo prete, sorpreso a correre dietro i ragazzini dell’oratorio, paralizzato nella sua Renault Cinque con una trans olivastra. Quando Cristiana aveva perso la vita, un pomeriggio talmente anonimo per morire, non c’erano partite alla televisione, la corrente elettrica andava e veniva per il quartiere.

Cristiana perde i sensi e non se ne accorge nessuno. Sembra dormire, Fausto non ci fa caso, Lorenzo sta al telefono con Elisa, una sua compagna di scuola che gli passa le versioni di latino, è la numero uno con l’antichità, peccato sia la fidanzata di Giuseppe, il suo migliore amico. Il tempo passa e Fausto ha bisogno di un caffè. «Cristiana, lo fai sto caffè per favore?» Chiedere per favore lo aveva imparato dalla strada. Lui pretendeva un caffè, ma chiedendolo in quel modo, di solito funzionava e la moglie glielo faceva di corsa, sentendosi importante.

Fare il caffè. Una delle tante cose che avrebbe dovuto imparare ad affrontare da solo. Fare il bucato, la spesa, passare il folletto, svegliare Lorenzo per la scuola, accompagnarlo in fermata, alcune delle altre. Si affaccia in salone timidamente guardando la moglie che ha gli occhi ancora aperti, i riflessi del pomeriggio li fanno sembrare

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Due occasioni

Alla fine l’Hindenburg è esploso, trentasei persone sono morte, la flotta degli Zeppelin è stata smantellata, i nazisti hanno iniziato e perso una guerra mondiale, e la foto della tragedia – l’enorme sigaro volante, l’alto traliccio di attracco e la palla di fuoco che divora l’uno e l’altro – è famosa in tutto il mondo.

Eccolo signore e signori, stiamo assistendo a uno spettacolo straordinario, sconvolgente. È giunto dal cielo proprio sopra di noi e ora sta compiendo una manovra di avvicinamento…

Era il tardo pomeriggio del 6 maggio 1937, Herbert Morrison dell’emittente WLS faceva la radiocronaca dell’arrivo del dirigibile a Lakehurst, New Jersey, dopo sessanta ore di traversata dell’Atlantico, altri giornalisti e fotoreporter stavano convergendo sul luogo dell’atterraggio per documentare questo evento, nulla di così mastodontico aveva mai solcato i cieli fino a quel giorno, ma lui se ne stava a letto fra le mie braccia, continuando a ripetere che doveva proprio andare, senza decidersi a farlo.

Incontrato la sera prima nel bar dell’albergo, mi aveva colpito il suo sguardo spaesato, stralunato, selvatico, mi aveva attratto quella sua ricerca di contatto fisico, poi mi ero accorta che era bello da almeno tre angolature differenti, e fatale se osservato da sotto, a letto, dove avevamo passato la notte e pure il giorno successivo.

I possenti motori diesel rimbombano, le eliche turbinano nell’aria, continuava H. M. alla radio.

«Devo andare, davvero.»

«Shh, resta ancora un minuto…»

«Vorrei vedere se fosse un tuo provino…»

«Rimarrei abbracciata a te… Cosa conta il resto?»

Se un violento temporale non avesse ritardato di un paio d’ore l’attracco del dirigibile, lui non ci avrebbe nemmeno provato, sarebbe rimasto fra le mie gambe, ne sono sicura, a respirare i miei capelli, ad assaggiare i miei capezzoli, ma quell’imprevisto sembrava dirgli che non poteva perdere la seconda occasione

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