Si può seppellire l’Amministratore Delegato nella hall?

Ci si dà del tu senza conoscersi, lo fanno tutti in questa sala al venticinquesimo piano di un grattacielo di vetro e acciaio, ma solo per un minuto, il tempo di scambiarsi i convenevoli e condividere poche sorsate di un drink annacquato, poi l’imbarazzo, o la noia, o una fasulla curiosità prendono il sopravvento e ci si separa, i diversi gruppetti quasi sincronizzati fra loro, eterodiretti se non proprio coreografati.

A uno di questi giri di quadriglia resto solo, poi vengo abbordato da un collega giapponese dalla pelle butterata, appena entrato, palesemente alla ricerca di una stampella umana a cui aggrapparsi. Ha mani nodose, nervose, buone solo per scrivere e-mail e non so se posso fidarmi di lui. Torno solo, poi verso del rosso a una giovane donna alta, molto alta, che mi stava osservando mentre riempivo il mio bicchiere e che mi ringrazia con un semplice sorriso, allontanandosi senza aprire bocca. Vacilla un po’ mentre cammina, sarà l’ebrezza, sarà l’altezza, io la seguo con lo sguardo ancora per un istante poi osservo la sala nella speranza di essere lasciato in pace, ma mi raggiunge il collega russo, quello grasso dei due, così grasso che la camicia fatica a entrare nei pantaloni. Ci tiene a condividere un pensiero che comprendo poco e male a causa del vino, della musica, del suo inglese stentato, del mio inglese scolastico.

Il tutto si ripete più di una volta. Guardo l’orologio e mi domando quando potrò defilarmi senza che la mia assenza si faccia notare, quando potrò finalmente andarmene a letto, non sono nemmeno le dieci, ma fatico a tenere

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Fervore

L’idea del sesso in macchina con Clodia non mi piaceva neanche un po’. Era un’idea balzana, una vera idiozia. Ho lasciato perdere. Lei era bella, splendeva nella sua camicetta logora tipica da intellettuale degli anni settanta, bisogna dirlo, riusciva a farmelo rizzare anche solo parlando di vecchi poeti ungheresi morti di setticemia in qualche vecchio kolchoz, insomma, roba da farci un pensierino. E comunque niente da fare: le interminabili premesse a una serata da profumi tipici, di luoghi comuni occidentali: amanti polimorfi, sentimenti falsati, mi fanno lo stesso effetto del Serpax. Crisi respiratoria. Depressione. Morte. In poche parole: la vita di tutti i giorni.

Sono le tre del pomeriggio e sono chiuso nella mia stanza del quartiere più povero di tutta la città. Mi rannicchio per terra, penso sempre a Clodia. Cosa starà facendo adesso? Sono sicuro, sarà chiusa in bagno a guardarsi i peletti biondi! Cosa faccio, la chiamo? Mi ama, forse? Ma cosa gli dico? Oh, sì, certo, che quella sera non avevo voglia di farlo in macchina… no… Mi vergogno! Sono ossessionato da lei? Sono una brava persona, la chiamo e mi scuso. Sì, sì. Penso sempre a lei. Non è il solito pensierino, quella sera lei ha insistito e io come un coglione me ne sono tornato a casa. Dovrei smetterla di leggere i libri in paraffina tanto belli.

Sono qui spezzato come un giunco sotto l’acqua. C’è chi amando, manda i suoi pensieri a sbattere sempre sulle ombre di malinconia, sono tutti spacciati, spacciati senza dignità, tutti chiusi nella spirale fottuta di amori alati e sognanti. Più grande è l’amore, maggiore è la tendenza a

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Una ragazza

Il re ha parlato, ieri sera, alla radio. Ha cercato di tranquillizzare il popolo, invitandolo a non aver paura del precipitare degli eventi e al tempo stesso a restare vigili, allerti, attenti. L’invasione può iniziare da un momento all’altro. È ingenuo sperare ancora nella pace. Ciascuno dovrà fare la sua parte, forse solo i bambini ne resteranno fuori, ma anche le loro vite saranno coinvolte.

Il governo ha mobilitato i soldati di leva, i riservisti e anche le riserve delle riserve. I miei fratelli sono già partiti; Luka è stato spedito a nord-est, vicino Spina, in uno dei luoghi più prossimi alla costa nemica, mentre Mahco è in servizio a Atia, sulla costa orientale, in un altro punto delicato. Basta guardare la cartina geografica per capire e non farsi illusioni. Siamo circondati. Ho l’atlante fra le mani, in questo momento, come i generali, e dall’atlante arriva una condanna senza appello. Il nostro piccolo Stato è un’isola grande pressappoco come la Cecoslovacchia. La terraferma non è distante, pochi chilometri ci separano da tre grandi Paesi: il primo, la Dittatura, è quello che vuole attaccarci, e ci guarda da est, da sud e in parte anche da nord. A nord e, per un tratto ad ovest, troviamo la Repubblica, a ovest/sud-ovest, il Regno. La nostra storia di isolani è sempre stata segnata da queste tre potenze che vorrebbero prendere possesso della nostra posizione strategica. Ma ogni volta che una ha provato a sottometterci, le altre si coalizzavano e impedivano alla terza di divorarci. È sempre stata così la nostra storia e sono secoli che ci salviamo grazie a questo equilibrio.

Sono vent’anni che la Dittatura ci

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