Lo spero

È quello che aspettavo, Doc. Dalla mattina in cui mi sono svegliato nel sacco a pelo e ho sentito l’urlo di Gaia espandersi per tutto il campo. Lei che dice? Cosa mi consiglia? Vado, non vado, sono pronto, non sono pronto? Se la ricorda la prima volta che ci siamo visti? Avevo 19 anni, tre anni dopo la faccenda. Mi consigliò il suo studio una professoressa, diceva che mi ero spento. Tre anni con la spina staccata, disse la prof a mia madre. Era uno di quei pomeriggi freddi, verso gennaio, quando sta per finire il primo quadrimestre e ci sono gli incontri scuola-famiglia. Con i registri elettronici i genitori hanno cominciato a sapere tutto, a seguire le mattinate di scuola in diretta o in differita, note, voti, assenza, giustifiche, entrate in ritardo, tutto. Lei ricorda quando andava a scuola, Doc? Di certo non c’era nulla di elettronico e se voleva fare filone bastava uscire con lo zaino e non prendere la strada per scuola. Da noi bisognava spaccarsi la testa, Doc, un bordello solo per saltare un’interrogazione o un compito, per non prendere un voto di merda e sa cosa c’è di ridicolo? Che alla fine,  si faceva filone per i genitori stessi, perché i brutti voti colpivano loro in primis. Noi che pigliavamo 3 in matematica ce ne fregava, ma loro, cazzo, ci stavano male. Mia mamma ci pensava le notti ai miei voti, alle insufficienze e credo si dessero la colpa, intendo  i genitori, si davano la colpa per i voti merdosi. Sarebbe stato più utile vedere la scuola come un talent, penso

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Filetti di baccalà

Il signor Fausto ha un figlio solo. L’ha chiamato Lorenzo per via del dieci di agosto, anche se lui è di fine giugno. Cancro. Il percorso delle stelle cadenti, il luccicare schivo nel silenzio della notte verde, non lo aveva mai preso per un gioco tra adolescenti. Fosse venuta femmina, l’avrebbe chiamata di sicuro Cometa, come i sogni che cadono nei cassetti quando viene il giorno, o i respiri che interrompono i discorsi troppo seri e le mezze verità. 

Aveva cambiato tre case nel corso della vita. Ma mai città e mai moglie. Cristiana, come la sua devota esistenza, Fausto il chierichetto, Fausto il mezzo prete, sorpreso a correre dietro i ragazzini dell’oratorio, paralizzato nella sua Renault Cinque con una trans olivastra. Quando Cristiana aveva perso la vita, un pomeriggio talmente anonimo per morire, non c’erano partite alla televisione, la corrente elettrica andava e veniva per il quartiere.

Cristiana perde i sensi e non se ne accorge nessuno. Sembra dormire, Fausto non ci fa caso, Lorenzo sta al telefono con Elisa, una sua compagna di scuola che gli passa le versioni di latino, è la numero uno con l’antichità, peccato sia la fidanzata di Giuseppe, il suo migliore amico. Il tempo passa e Fausto ha bisogno di un caffè. «Cristiana, lo fai sto caffè per favore?» Chiedere per favore lo aveva imparato dalla strada. Lui pretendeva un caffè, ma chiedendolo in quel modo, di solito funzionava e la moglie glielo faceva di corsa, sentendosi importante.

Fare il caffè. Una delle tante cose che avrebbe dovuto imparare ad affrontare da solo. Fare il bucato, la spesa, passare il folletto, svegliare Lorenzo

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Due occasioni

Alla fine l’Hindenburg è esploso, trentasei persone sono morte, la flotta degli Zeppelin è stata smantellata, i nazisti hanno iniziato e perso una guerra mondiale, e la foto della tragedia – l’enorme sigaro volante, l’alto traliccio di attracco e la palla di fuoco che divora l’uno e l’altro – è famosa in tutto il mondo.

Eccolo signore e signori, stiamo assistendo a uno spettacolo straordinario, sconvolgente. È giunto dal cielo proprio sopra di noi e ora sta compiendo una manovra di avvicinamento…

Era il tardo pomeriggio del 6 maggio 1937, Herbert Morrison dell’emittente WLS faceva la radiocronaca dell’arrivo del dirigibile a Lakehurst, New Jersey, dopo sessanta ore di traversata dell’Atlantico, altri giornalisti e fotoreporter stavano convergendo sul luogo dell’atterraggio per documentare questo evento, nulla di così mastodontico aveva mai solcato i cieli fino a quel giorno, ma lui se ne stava a letto fra le mie braccia, continuando a ripetere che doveva proprio andare, senza decidersi a farlo.

Incontrato la sera prima nel bar dell’albergo, mi aveva colpito il suo sguardo spaesato, stralunato, selvatico, mi aveva attratto quella sua ricerca di contatto fisico, poi mi ero accorta che era bello da almeno tre angolature differenti, e fatale se osservato da sotto, a letto, dove avevamo passato la notte e pure il giorno successivo.

I possenti motori diesel rimbombano, le eliche turbinano nell’aria, continuava H. M. alla radio.

«Devo andare, davvero.»

«Shh, resta ancora un minuto…»

«Vorrei vedere se fosse un tuo provino…»

«Rimarrei abbracciata a te… Cosa conta il resto?»

Se un violento temporale non avesse ritardato di un paio d’ore l’attracco del dirigibile, lui non ci avrebbe nemmeno provato, sarebbe rimasto

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Mani sudate

Roberto la mattina esce di casa per andare all’università. Studia Giurisprudenza, ha una buona media, è l’unico della sua famiglia ad aver raggiunto un simile titolo di studio. Mentre suo padre faceva la vendemmia o tirava il latte dalle zinne delle mucche o coglieva i pomodori, lui sottolineava libri su libri. Viveva a Siracusa, non ha mai pensato di andarsene, ma poi il fascino della città l’ha strappato via dall’isola. Ora Roberto vive a Roma, suo padre sapeva che non era portato per la campagna e l’ha lasciato andare. 860 km lontano da casa, nostalgia diabolica solo di notte. 

Esce di casa ogni mattina alle 7.45. La borsa a tracolla è sempre piena di libri, fogli e scartoffie, gli pesa sulla spalla.

Giorgio lavora, fa il magazziniere. Dopo il liceo non aveva più voglia di studiare. Ha provato qualche concorso in forza armata ma non è passato. Si è messo su internet ed ha inviato il curriculum scarno a tutti gli annunci che trovava. Non aveva propositi, idee, scelte preferibili. Semplicemente voleva un lavoro. La famiglia non gli ha mai rimproverato questa scelta. Forse il posto fisso e una divisa sono più ammalianti, ma meglio così ripetono.  

Roberto quando esce alle 7.45 chiude il portone, si aggiusta la sciarpa, infila le cuffiette, sceglie la canzone, mette le mani in tasca. Ascolta cantautorato, ma anche punk, indie, dreampop, garage rock, dipende. Spesso con lui scende una ragazza, anche lei fuorisede. Si incontrano nell’androne, si danno il buongiorno.

Giorgio ha diversi turni: la mattina dalle 8 alle 14, il pomeriggio dalle 14 alle 19, dal lunedì al sabato. Alza scatoloni pesanti, li apre e tira

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