Marcello Conti è nato in Piemonte nel 1992. Si è laureato in Lettere moderne a Torino e ha studiato giornalismo a Bologna. È giornalista professionista e collabora come cronista con Repubblica. Cura il podcast indipendente Sottolineature, dedicato alla saggistica.

Il capo

Probabilmente i social non sono davvero il punto d’osservazione giusto per capire la realtà, ma forse lo sono per captare le ossessioni del nostro tempo. E giudicando da quanto è facile, facendosi un giretto su Instagram, imbattersi in post e reel che illustrano “i 5 segni per riconoscere un manipolatore” o spiegano “cos’è il gaslighting”, viene da pensare che tra le ossessioni più comuni ci sia quella per la manipolazione come pericolo che qualunque relazione umana può nascondere.

E allora la prima cosa che si può affermare su Il capo, il nuovo romanzo di Francesco Pacifico, edito da Mondadori, è che si tratta di un’opera che sa premere dove la contemporaneità si mostra sensibile. La maniera più facile per descrivere il libro è dire che si tratta, appunto, di un romanzo sul potere e sulla manipolazione. Un altro modo è riassumerlo come la storia di un abuso sul lavoro.

La protagonista è Gaia che nelle prime pagine romanzo raggiunge un resort sudtirolese per partecipare a quella che crede sarà una settimana di team building insieme ai colleghi della Fondazione, la kafkiana istituzione culturale romana per cui lavora. Ma ad attenderla non troverà nessun collega, neppure il capo che l’ha invitata e a cui Gaia sperava di strappare la lead di un importante progetto. Poco dopo scoprirà che lo chalet in cui dovrebbe soggiornare è già occupato da qualcuno: un uomo. È soltanto l’inizio di un misterioso gioco, orchestrato dietro le quinte dal capo, in cui Gaia si ritrova gettata senza

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Città tropicale

Uno stato di coscienza alterato può essere causato da tante cose: da una sostanza psicoattiva, ovviamente, e anche dagli effetti dell’astinenza da essa; da una religione che può cambiare radicalmente il modo di vedere la realtà (studi hanno dimostrato che i sentimenti religiosi attivano certe aree del cervello, dunque si può dire che il cervello di un credente fervido funziona diversamente da quello degli altri); ma anche dal caldo opprimente che prosciuga la lucidità mentale. Città tropicale (Polidoro editore), secondo romanzo di Luca Bernardi, è un libro in cui l’alterazione della coscienza (in tutte queste forme, che si alternano e si sovrappongono) permea quasi ogni pagina, come un filtro che distorce in maniera impercettibile ma persistente tutto ciò che i protagonisti (e noi con loro) vedono e vivono.

Si apre proprio con la descrizione di un paesaggio che l’afa sembra trasformare in una allucinazione, fatto di cose che si accumulano una dopo l’altra come apparizioni scialbe: «Correva scalza nel vialetto sotto il cielo bianco tupperware. Sul prato secco una barbona aizzava corvi e due donne salutavano il sole smorto. Rider supini sulle panche giornali stesi in faccia. Signore rigide guinzaglio dietro la schiena e bassotti a lingua fuori tra le ortensie vizze. Sotto un cedro ragazzini in cerchio con dalle casse». A correre scalza è la protagonista Zoe. Segue la descrizione di un incontro con il suo psichiatra da cui viene a sapere che dovrà sospendere il Nivanal, uno psicofarmaco che Zoe assume da anni e che è appena stato

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L’anno del fuoco segreto

«Siamo tutti bambini nel bosco, perduti, abbandonati. Sussultiamo a ogni rametto spezzato, ogni fruscio degli alberi è una mano tesa a proteggerci o forse a ghermirci». Inizia così la prefazione (firmata dai due curatori, Edoardo Rialti e Dario Valentini) di L’anno del Fuoco Segreto. Ciascuno dei venti racconti che seguono trasportano il lettore sul confine di quel bosco e lo lasciano lì, a procedere dubbioso ed esitante, a maneggiare testi senza sapere bene che cosa siano. L’impressione che rimane più viva a fine lettura è probabilmente questa: il disorientamento – che si ripete all’inizio di ogni racconto – del trovarsi senza coordinate immediatamente riconoscibili a cui affidarsi.

L’anno del Fuoco Segreto è un’antologia che è difficile riassumere perché estremamente variegata per stili e contenuti, ma anche per il background e le inclinazioni degli autori coinvolti. Il libro è il frutto finale (per ora) di un fermento creativo che si era già espresso nelle pagine online di Nazione indiana, dove alcuni dei racconti erano apparsi precedentemente. Il titolo è una citazione tolkeniana (è lo stregone Gandalf a definirsi «servitore del Fuoco Segreto»), mentre il sottotitolo è Il novo sconcertante italico: una definizione non inedita (se ne discuteva già nel 2018 su L’indiscreto, in un dibattito in cui presero parte anche alcuni autori che ritroviamo in questa raccolta) per indicare la via nostrana a quel sottogenere della letteratura fantastica chiamato New weird. Ma parlando di generi ed etichette emerge la prima contraddizione con cui una operazione del genere deve confrontarsi: se il

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Caccia allo Strega

Con un paragone neanche troppo dissacrante potremmo dire che il Premio Strega è il Festival di Sanremo della letteratura. Ormai più brand immediatamente riconoscibili che premi, eventi più mediatici che musicali o letterati, tendono a far baccano intorno a sé e quindi a calamitare l’attenzione (compresa quella di chi si dichiara non interessato). Offrono infiniti spunti per commenti, riflessioni e – soprattutto – polemiche. Sono, del resto, proprio le polemiche la più indubitabile dimostrazione della rilevanza che queste istituzioni hanno assunto. E se spesso si dice che Sanremo è occasione privilegiata per osservare uno spaccato esaustivo della cultura popolare italiana, lo stesso può valere per lo Strega per quel riguarda il mondo letterario-editoriale.

Non per nulla un critico e studioso acuto come Gianluigi Simonetti ha scelto il premio Strega come terreno su cui edificare un interessante saggio di sociologia della letteratura: Caccia allo Strega. Anatomia di un premio letterario, edito da Nottetempo. Simonetti non è nuovo a questo tipo di approccio allo studio letterario: nel 2018 aveva già pubblicato per Il Mulino La letteratura circostante, un libro che tracciava una mappa della letteratura italiana contemporanea, non con l’obiettivo di individuare le migliori opere degli ultimi anni, bensì con l’intento di analizzare la produzione media (e talvolta anche mediocre) ma di successo, individuarne le tendenze, per capire perché oggi si scrive quello che si scrive e si legge quello che si legge. Nella consapevolezza che per rispondere a queste domande non ci si può limitare alla ricerca e allo studio dei

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La luce naturale

In uno dei passi più memorabili di Pastorale americana di Philip Roth si legge: «Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male». Ecco, La luce naturale, l’ultimo romanzo di Marco Archetti, uscito per Mondadori, è una storia di gente che si capisce male e che continua a capirsi male. Tra le sue pagine incontriamo i tre protagonisti (i fratelli Flavio, Tiziana e Gabriele Calore), continuiamo a saltare tra i loro punti di vista e così facendo li vediamo moltiplicati: per come vedono sé stessi, ma anche per come si vedono reciprocamente. E nella mente di ciascuno gli altri vengono puntualmente non capiti, fraintesi, ridotti a caricature grottesche. E in fondo manca pure la volontà, lo sforzo di provare a capirsi: tutti troppo presi da egoismi e velleità sterili per tentare un passo in direzione dell’altro.

Il motore immobile (letteralmente) intorno a cui si muove questo dramma delle incomprensioni è la madre dei tre fratelli Calore: Elvira, che durante una vacanza a Eraclea, località marittima vicino Venezia, è colta da un malore che dovrebbe lasciarle pochi giorni di vita. Al capezzale dell’anziana signora, incosciente nel letto dell’albergo frequentato ogni estate per una vita, si radunano i tre figli a condividere malvolentieri un’agonia che si prolunga indefinitamente. Ciascuno porta con sé le proprie meschinità: Flavio è un attore teatrale di scarso successo, pieno di rabbia e

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