Federico Di Gregorio è nato a Teramo nel 1985. Collabora con riviste culturali e blog. Nel 2021 ha fondato Senzadieci, spazio su psiche, letterature e società.

Il Premio Costa Smeralda

Domani si tiene in Sardegna, nella meravigliosa scenografia di Porto Cervo, la finale del premio letterario Costa Smeralda, dedicato alla narrativa e alla saggistica. Già vincitore del riconoscimento internazionale è stato il ritorno di Emmanuel Carrère, con il suo V13, saggio edito da Adelphi. Presidente di giuria è Stefano Salis, giornalista e scrittore, responsabile della redazione Commenti del Sole 24 Ore, dove si occupa delle pagine culturali. In giuria, Chiara Valerio, Elena Loewenthal, Lina Bolzoni e Marcello Fois. A contendersi l’edizione 2023 sono – per la sezione Narrativa – Bruno Arpaia (Ma tu chi sei, Guanda), Valeria Parrella (La fortuna, Feltrinelli) e Andrea Canobbio (La traversata notturna, La nave di Teseo). Per la sezione Saggistica, Benedetta Tobagi (La Resistenza delle donne, Einaudi), Gaddabolario (a cura di Paola Italia, Carocci) e Teresa Cremisi (Cronache dal disordine, La nave di Teseo). Sul sito del premio è possibile conoscere meglio gli autori. Da Teresa Cremisi, editor di lungo corso che ha lavorato per Garzanti, Gallimard, Flammarion e oggi presidente della casa editrice Adelphi; a Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice, saggista di Storia contemporanea, che con La Resistenza delle donne affronta l’aspetto di genere del periodo più importante della storia recente, con un minuzioso lavoro di scoperta archivistica; al Gaddabolario, esperimento di saggistica applicato allo scrittore la cui opera Calvino descriveva nella misura di «romanzo contemporaneo come enciclopedia». A introdurre la categoria Narrativa della manifestazione può essere, invece, il realismo magico che ispira La fortuna di Valeria Parrella, già autrice di Almarina, Premio Flaiano per la narrativa. Oppure, a incuriosire può essere il

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La strada di chi resta

Su Nazione Indiana. Per La vita di chi resta, di Matteo B. Bianchi, edito da Mondadori.

«Milano, nella sua casa, fra i suoi libri, fra i piccoli oggetti preziosi che ha comprato in giro per il mondo, fra le sue candele sempre accese e le decine e decine di bottiglie ben allineate sul tavolo di mogano dell’angolo bar, gli sembrava un rifugio antiaereo» scriveva Tondelli. Le cose materiali sono protagoniste nell’inizio del nuovo romanzo di Matteo B. Bianchi, La vita di chi resta, edito da Mondadori. Casa, ascensore, vestiti, scarpe, simboli del quotidiano e della discontinuità, uniti al mantra del parere popolare, per l’abbandono terapeutico delle cose materiali. Perché? Non ha senso, si dice l’autore: «Non riescono a capire che dai ricordi sono invaso». Inizia l’egida dell’irrealtà, in un memoir delicato, scarno e pacifico.

Cosa significa sopravvivere dovrebbe essere il tema del libro, forse non lo è. «L’assenza di intenzioni» mi ha colpito di più. Il sopravvivere deriva dall’assenza ed essa esiste solo nel soggetto che rimane, come da titolo. Per ciò il memoir di Matteo B. Bianchi è un viaggio illecito, tra gli oggetti e le persone che si avvicinano. Quindi è tutto. È poco altro la prosa essenziale, i flash come un post-it sul tavolo dell’ingresso, davanti una sala vuota sono parte della storia, della libertà di scriversi. Le parole e i pensieri diventano man mano, come ci si attende da uno scrittore, le uniche cose materiali. La geografia di un amore rimane lo strumento dell’abbandono dello stesso. Dove accade e perché, ossia chi. Dopo le scene iniziali, ci

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Karolus

Nell’immaginario comune, ogni personaggio storico ha una caratteristica dirompente, motivo stesso per cui se ne ha memoria nella miriade di nozioni storiografiche. Carlo Magno, Karolus in latino, è affiancato alla vittoria. Vincere non è una qualità umana, esistono situazioni in cui si vince e altre in cui si perde. La vittoria è una condizione. Nella prassi culturale dell’Occidente, esistono i vincenti e i perdenti, perché interpretata come un’attitudine. L’imperatore è lo stereotipo per eccellenza dell’attitudine “la vittoria”, non a caso ben calcata dall’educazione scolastica. Lo è per l’immaginario europeo, non solo in Italia. Lo è per la cultura popolare, tradotta nei secoli. Lo è per i bambini e gli adulti. A questo personaggio, Carlo Magno, si rifà uno degli scrittori italiani di romanzi storici per eccellenza, Franco Forte, in una lunga review della vita di Karolus; dalla sua incoronazione a ritroso tra vicende familiari e politiche, fino ai particolari di battaglia – cioè di pratica del potere primordiale –, fin dentro la tentazione del gossip, che come già per Il Trono di Spade, fortunatissima serie televisiva di dominio mondiale, si fa potere e capacità narrabile della condizione umana di ogni secolo.

«Una ragnatela di piccole imperfezioni distorceva il riflesso nel grande specchio di bronzo, ma Carlo non se ne curò. La sua figura imponente avrebbe suscitato l’ammirazione della folla, grazie soprattutto ai preziosi abiti che indossava. La toga bianca bordata di porpora, nello stile degli antichi imperatori romani, era nascosta in parte da una ricca clamide trattenuta sulla spalla da una fibula d’oro, dono dell’arcivescovo Teodulfo. I morbidi calzari di feltro, lavorati da sua moglie Liutgarda, erano impreziositi da tibiali di seta che

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L’egida di Narciso

La struttura caratteriale narcisistica è un contratto. Concetto per spiegare, nell’ambito del libro dello psicoanalista Christopher Bollas Tre caratteri, che Narciso di per sé non esiste. Centrali sono Eco, silente come punizione per l’eccessiva loquacità, e Narciso, giovane preso dal suo riflesso, il quale non riesce a fare a meno di distruggere la propria immagine. Eco è stata punita da Era, può ripetere solo ciò che gli altri le dicono. Incontra Narciso, si innamora della sua bellezza. Eco tace. Lui la rifiuta, facendola morire in solitudine. Stessa fine farà Narciso, per mano di Nemesi dea della vendetta. Quando si reca a una fonte, Narciso si innamora della propria figura riflessa nell’acqua, che man mano sparisce. Perciò, non può andare via e allo stesso tempo gli è negato avere quello che desidera. Il narcisista, come suggerisce il mito, rifiuta l’oggetto primario – la madre – sostituendolo con un altro, istituito dal Sé.

«Se l’altro tenta di coinvolgere il Sé, quest’ultimo lo rifiuta e l’altro va in pezzi. Abiezione. Eco tenta di coinvolgere Narciso ed è respinta. Narciso tenta di coinvolgere sé stesso e viene distrutto. Ambedue muoiono nei rispettivi tentativi di coinvolgere un altro.»

La caratteristica della struttura narcisistica è la richiesta di attenzione, sottile e abile. Una forma di appagamento riscossa presso, dando contraccambio.

«Egli vuole introdurre gli altri in una società che egli stesso ha creato e che è tacitamente idealizzante. Questo è il “contratto narcisistico”: ti incoraggio a esaltare te stesso; tu fai la stessa cosa con me; insieme offriamo questo servizio agli altri. Si costituisce così una base rassicurante per un sentimento del valore del Sé altrimenti fragile.»

La reciprocità

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