Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l'insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città. Quando non è in classe, legge, fotografa, ascolta musica indie e suona la Fender Mustang. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c'è stato due volte.

Il passeggero che siamo

Sono passati oltre quindici anni dall’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, quel La strada che gli aveva valso il Pulitzer e di cui si vociferava che non ci sarebbe mai stato alcun discendente. Invece è finalmente uscito anche in Italia Il passeggero, romanzo che aveva fatto parlare di sé, come presumibile, sin dall’inizio, anche perché molti avevano sostenuto che lo scrittore di Providence non avrebbe più raggiunto certe vette stilistiche. Ma Il passeggero sa come destrutturare tutte le attese, spostando oltre i limiti i presupposti dei lettori facendo perno sui limiti dell’arco del potenziale narrativo del contemporaneo, già elasticizzato negli ultimi anni da autori capaci di realizzare opere d’arte fluide sotto forma di romanzi, fiumi di parole dalle correnti travolgenti e pluridirezionali. Penso a Cărtărescu, a Foster Wallace o ai più classici ma non meno verbosi Roth o Bellow.

Il logos mccarthyano afferisce però a una tradizione letteraria più spigolosa, americanissima senza dubbio (Hemingway, Faulkner), ma più universale, un corso metafisico sotterraneo che ricorda ieri Kafka e oggi Krasznahorkai, per citare due autori lontani fra loro soltanto nel tempo. McCarthy si fa insomma metafisico, costruisce domande da un’osservazione acuta del reale contemporaneo che è a sua volta fatto di domande. Ma non è tutto.

Il passeggero, nel tempo si impone come oggetto narrativo istantaneo e duraturo, unico e plurimo nei suoi contenuti, l’asse portante della scena principale che è di Bobby Western alle prese con una storia misteriosa di fuga da e verso tutto il resto della portentosa macchina narrativa messa su da McCarthy attraverso vari temi, la matematica, l’identità, la metafisica, il complottismo, la psicoanalisi e ancora

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1889

Régis Jauffret si confronta con il limite della storia e se possibile lo porta ancora più lontano. Scrive un romanzo storico dove la storia emerge da ambientazione, luoghi e personaggi. E tempi. Il 1889 non è un anno qualsiasi né un anno scelto per una questione commemorativa. Il 1889 diventa suo malgrado l’anno dell’inizio della storia e del male. Dunque la storia cammina, verso la filosofia e il senso dell’umanità, attraverso un racconto prosaico, quotidiano e normalizzato. 1889 è la scelta di raccontare dei genitori di Hitler, che risponde a un’esigenza precisa, che è sia quella di indagare ancora su ciò che consideriamo universalmente il punto più alto del male, sia quella di ragionare sulla natura umana nei suoi rapporti e condizionamenti con l’ambiente sociale, in questo caso l’Austria di Braunau Am Inn, dentro la casa dove vivono i due protagonisti, il padre e la madre del futuro dittatore. Anche questo rientra nella complessità del tema trattato, dato che noi non vediamo mai Adolf se non nell’immaginazione della mamma che lo porta in grembo per i nove mesi in cui è ambientata questa storia. Jauffret sceglie di raccontarla consapevole dei rischi che corre, scrivendo una postfazione nella quale specifica: «I fatti e le parole citati che hanno un rapporto anche lontano con la Shoah corrispondono alla verità storica. […] Per contro, documenti e testimonianze sulla vita dei protagonisti di questa storia sono rari. […] E la finzione ha dato corpo al libro che, per questo, appartiene pienamente al genere romanzesco».

Un modo classico, naturalistico, di scrivere un romanzo, fatto di invenzioni quotidiane che si ergono ad alludere, a rappresentare, a condividere con il

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Sigma, intervista

Sigma, di Julia Deck, uscito in Italia per Prehistorica Editore nel 2022 con la traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, è un romanzo dove si fondono diversi temi: lo spionaggio, la distopia, la parodia, la contemporaneità. Racconta di una scalcagnata banda di spie che sta indagando per conto di Sigma, organizzazione segreta preposta al controllo delle opere d’arte considerate sovversive. È quindi un romanzo dall’alto potenziale simbolico ed espressivo. Ne abbiamo parlato con l’autrice. Ringraziamo Giuseppe Girimonti Greco, autore della traduzione delle risposte, e Alessandra Fontana di Prehistorica.

Sigma sembra debitore di certa letteratura di genere. Penso ad Assassini S.p.A. di Jack London o a certi romanzi di Eric Ambler. Tuttavia la macchina narrativa è ordinata, la trama appare persino subordinata ad altro. Sembra il frutto di un ampio controllo sulla scrittura. È così?

Penso che questo provi bene quanto sia reale l’illusione romanzesca. Ovviamente non sono indifferente a quel che lei dice. Eppure, quando lei parla di controllo, ho come una sensazione di impostura. Non c’è mai controllo, a priori. Si tratta di un gioco in cui le regole si scrivono nel corso della partita. Certo, avevo un’idea della forma particolare che volevo dare al libro: una storia basata sull’intreccio di più fili narrativi, visto che a metà dei personaggi è stata affidata la missione di spiare l’altra metà. Ma il racconto non si può elaborare se non a partire dai personaggi, e i personaggi prendono corpo nel corso della scrittura, come un attore che modifichi il testo che interpreta nel momento stesso in cui se ne appropria. Certo, i personaggi sono usciti dalla mia mente. Ma io non

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Cuori in piena

Alessio Torino torna in libreria con Cuori in piena, Mondadori. Lo scrittore urbinate ritorna sul suo tema prediletto, l’adolescenza, raccontando di Corsi, figlio di Sebastiano Corsi, che trascorre la sua estate tornando da Roma a Pieve Lanterna, nelle Marche occidentali, con Giorgio e Achille Spada, che da lì invece non se ne sono mai andati e non se ne andranno mai. La storia è un classico cliché dei romanzi di formazione, ricorda le avventure dei ragazzi di Stand by me, personaggi come Tom Sawyer o Agostino o Arturo (Moravia e Morante), anche se di questi ultimi due i personaggi di Cuori in piena non hanno le insicurezze, anzi, si presentano come personalità forti, dirompenti, coese fra loro, scaltre e schierate compattamente nelle varie circostanze che si presentano con i personaggi secondari ma funzionali all’andamento della trama. In questo senso ricorda il gruppo di Il tempo materiale, per quel che potrebbe compiere. La storia è in realtà un incrocio di tre storie, tutte raccontate dal punto di vista di Corsi: il divieto del padre di andare a fare il bagno alle Caldare, dato che lì è affogato il loro coetaneo Andrea Gori per colpa delle correnti, le scorribande di Corsi con i due amici, che comprendono fra l’altro la scoperta dell’altro sesso, e infine le figure adulte dei padri dei protagonisti, ugualmente e diversamente unite, come i loro figli, una serie di ritratti appartenenti all’Italia del 1987, inseriti sapientemente da Torino in quello specifico ambiente sociale di paese durante l’estate, con i suoi clichés e i suoi limiti. La storia è tutta concentrata in quell’estate, Corsi ha 12 anni, anche

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