Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l'insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città. Quando non è in classe, legge, fotografa, ascolta musica indie e suona la Fender Mustang. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c'è stato due volte.

Il segno della differenza

Mordente, taumaturgica, roboante, la scrittura di Alessandra Saugo che in Come una santa nuda ci lascia una testimonianza di sé forte e sentita, che va ben oltre il romanzesco, appoggiandosi con fiducia e incoscienza sulle spalle del grande amore per la letteratura. Edito da Wojtek, questo è il lavoro postumo di una scrittrice che, con la sua parabola letteraria di uscite nell’ombra, il suo nome in sordina, offre invece una voce tonitruante, schietta, allergica alle ipocrisie, ai fronzoli, ai compromessi.

«Perché questi freddi e allegri serpenti, John, entrano in contatto solo con produzioni culturali intellettuali. Si nutrono di questo sterco intellettuale e culturale, la loro vita non si nutre di nient’altro. Non di sentimenti, non si prendono cura di nessuno.»

Saugo parla voracemente di sé, e del femminile e del patriarcato, della letteratura, dei rapporti d’amore e delle nostre virtù, senza concedere sconti, senza reticenze. Un diario privato, il senso di una scrittura che ripone totale fiducia nel darsi e nel farsi accudente, grande madre che può distruggere ma che sa proteggere, parole che possono salvare o spostare, ma sempre scarnificando. Lei è la santa nuda, seducente e invisibile, che esplora con sapienza e volontà i limiti oltre i quali non ci si spinge, soprattutto nella letteratura edulcorante, stereotipata, che si vuole smascherare, certi delle potenzialità di un medium che si dimostra forte nel suo dipanarsi, tela di Penelope che si offre infinita ma necessaria in un panorama che si rivela desolante.

L’autrice si rivela nell’incipit: «Se non ci conosciamo neanche cosa c’entra allora vivere tutta questa estate nella tua repulsione?» Da subito sembra voler manifestare una posizione, marcare una differenza.

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Marcel ritrovato

Abbiamo tutti un conto aperto con la letteratura italiana del secondo Novecento. Siamo cresciuti con i più importanti romanzi di Calvino, di Fenoglio, di Levi e di Gadda, fari di una stagione ricca e variegata che comprende numerosi autori che non serve elencare, ma su cui si ragiona tuttora a diversi livelli, scolastico, accademico, amatoriale e professionale. Si notano oscillazioni importanti nel tempo che riguardano il canone.

Alcuni di loro sono stati ampiamente allontanati da una centralità che sembrava indiscutibile, altri sono stati e sono spintonati da riflessioni critiche non sempre condivisibili, seppur indice di una riflessione più ampia sul ruolo della critica letteraria, accusata di essere marchettismo, adeguamento a linee culturali più politiche che stilistiche. Credo che il punto, semmai, riguardi il mutamento degli stili, certe rivoluzioni estetiche che il postmoderno e gli anni successivi hanno comportato, cosa che dovrebbe spingere a ragionare sui codici, a ridefinirne i confini, gli spazi, a ragionare sui motivi di ciò che è svanito, prima di costringere tutti al gioco della torre.

Sta di fatto che gli ultimi quarant’anni di letteratura hanno favorito una certa atrofia, cristallizzando nell’ombra alcune opere, fra cui questa, Marcel ritrovato, romanzo di Giuliano Gramigna uscito nel 1969, e ora rilanciato proditoriamente da Il ramo e la foglia, con una postfazione del nostro autore contemporaneo più proustiano, Ezio Sinigaglia.

Il romanzo di Gramigna merita del tutto il suo ritrovamento. L’opera può rientrare fra certi romanzi di ampio respiro (penso a Comisso, a Bianciardi, a Cassola), dove prioritaria è una ricerca del Sé attraverso i fatti della vita, erede di una quête che qui confluisce in una ricerca introspettiva assoluta in

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Il bisogno e la necessità

Demetrio Paolin torna in libreria nella serie Tetra con Il bisogno e la necessità, un testo che esplora ancora una volta tematiche care allo scrittore torinese: la morale, la morte, l’Io, spingendosi ancora più oltre, se possibile, rispetto ai suoi lavori precedenti, in modo, si potrebbe dire quindi, enfatizzato, più esposto. Sin dal titolo si intuisce di avere di fronte un intento di esplorazione dei due concetti che hanno uno speciale punto di contatto sia con la filosofia sia con la quotidianità, e la scrittura di Paolin è in questo senso analitica, fredda, ai limiti dell’ossessività.

Del resto però l’autore dimostra un senso di spaesamento, di timore del sapere e dell’essere allo stesso tempo. La sua presenza è una partecipazione dal buco della serratura, un restare sulla soglia che si svela più volte lungo il testo e che trova forse il suo compimento nel personaggio di Demetrio, una figura del tutto irrisoria ma in un certo senso determinante, un inserto ambiguamente autofinzionale in un personaggio giovane che assume le sembianze di Angelo della Salvezza: la salvezza, del resto, altro punto cardine della poetica di Paolin, da sempre interessato al complesso e fertile rapporto fra Dio, morte, vita, dolore e ovviamente letteratura.

Paolin pare voler giocare con questo sguardo defilato sin da subito, con questo sottrarsi dell’Io. Il testo si apre infatti curiosamente con un verbo essere alla terza persona singolare immediatamente seguito da una lunga parentesi descrittiva di elementi che ritroveremo più oltre. Alla chiusura della parentesi ci aspetta però una sorpresa, poiché troviamo le parole «questa cosa» scritte in corsivo, ma ancora seguite da una seconda, lunga

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Cronorifugio

Nel dibattito sulla letteratura contemporanea, fervono diverse riflessioni, analisi, discussioni che mi trovano di fatto d’accordo, che reputo acute, stimolanti, pervicaci. Ampio spazio si dà a stili, linguaggi, forme, come se l’operazione di aggiornamento del romanzo in atto da oltre un secolo grondi tuttora di spirito di rinnovamento. E per fortuna, aggiungo, perché di forme e stile si parla persino poco, e se se ne parla poco è perché non sempre c’è. Infatti all’interno di queste discussioni non ultima è quella che riguarda un certo abuso di tematiche tanto care alla filiera editoriale, sempre pronta ad accontentare i gusti del pubblico ingurgitandolo di stucchevoli storie di adolescenti in fuga, appiccicaticci racconti di individui di mezza età in cerca di sé stessi e sé stesse attraverso l’indagine sui propri traumi e le relative rimozioni, di accostamenti forzosi che portano i lettori a indagare in territori insoliti, estremi, anomali ma non sempre convincenti.

Non che ci sia qualcosa di male in sé in ciascuno di questi macroargomenti, sono linee che la letteratura del ‘900 conosce bene, anzi, a ben guardare è la parte della letteratura contemporanea che resiste di più, che fin dagli esordi del romanzo moderno gode di fortuna e interesse. È facile riconoscere tuttavia, da chi la discussione la conduce in modo attento, critico, fuor di retorica, che esiste davvero un eccesso, attualmente, che è in parte il riflesso dell’alto numero di libri pubblicati e in parte la poca voglia di mettersi in gioco da parte di editori, scrittori e lettori stessi, che preferiscono un gioco al ribasso di cui forse non sono del tutto consapevoli.

Questa lunga introduzione al presente articolo dedicato

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