I lasciti

Diversi elementi accomunano Invernale, di Dario Voltolini, e l’esordio di Giusy D’Urso, Se camminare fa troppo rumore, anche per più di una centrale affinità tematica.

Entrambi sono nitide riflessioni sul dolore, e più che inserirsi in esso attraverso un racconto impersonale, seguono la tradizione autofinzionale di tanta letteratura odierna, proponendosi in una posizione specifica che lo guarda come si può pensare di guardare una catastrofe dal momento della sua nascita fino a quello del suo compimento. Entrambe le scritture provano ad arginare il discorso in una zona liminare che concerne il tentativo di riannodare la percezione del dolore a uno spazio indipendente, frapponendo una teca fra sé e gli eventi, fra lo smarrimento che esso provoca e la necessità della voce narrante di svelarsi in modo centripeto verso il centro del sé, mostrando la possibilità, la connessione che permetta di dire l’io dopo e tramite l’esperienza raccontata.

Voltolini sceglie di raccontare la storia della malattia del padre del narratore da lontano, imponendo uno spostamento della stessa voce narrante. Invernale si apre infatti come una preghiera: la narrazione focalizza la figura del padre, macellaio, e del suo luogo di lavoro. Le abitudini dei gesti raccontano un luogo collaudato, dove ogni pezzo diverso è osservato con minuzia dalla voce narrante, ogni pezzo di animale viene a comporre un regno dove la scena si va a concentrare su di lui, padrone apparentemente incontrastato della sua vita se non fosse per l’evento scatenante che si insinua a crepare una perfezione apparente: la lama del coltello devia dalla traiettoria abituale e colpisce il suo pollice. Da quel momento il padre non è più sacro, la sua carne diventa la stessa cosa degli animali che ogni giorno faceva a brandelli. L’infezione in corso il segno di una volontà diversa, che diventa la trama complessiva del libro. Tutto avviene in terza persona, lo sguardo quanto più impersonale e analitico si possa riuscire a immaginare.

Nella narrazione si è insinuata una differenza,  e anche se il protagonista, di cui fin qui non abbiamo ancora saputo il nome, torna a lavorare, una nuova stanchezza lo possiede, la cosa che richiede altri esami, le descrizioni del suo lavoro che iniziano a uscire da sé, a osservare il mercato dove lavora ( è quello di Porta Palazzo a Torino), a spiegare qualcosa in più, forse a cercare qualcuno.  Il tempo passa, e inizia a farsi strada una voce sempre più definibile, tanto nella narrazione quanto nel personaggio: è una voce che entra accorgendosi di una condizione entropica, ricca di sospensioni del tempo e di fantasmagorie, mentre sfugge la tentazione di mettere in ordine ciò che inevitabilmente sfugge a qualsiasi sistematizzazione, il passaggio verso la malattia, i cambiamenti che genera, le frasi al condizionale passato riscritte come a voler tracciare un vademecum del dolore, una sua enciclopedia, con le riflessioni che si allargano verso spazi infiniti, una sorpresa nella vita di un uomo pragmatico e concreto.

«Adesso lui sembra contemplare non tanto la propria vita quanto i tempi di lei, per volersene fare una ragione. Tutto il tempo dedicato al lavoro? Va bene. Qualche pausa? Va bene. Nella pausa infilare altri impegni? Va meno bene.»

Dalla seconda parte del romanzo si assiste a un rapporto diretto fra il protagonista e il decorso della malattia: esami, medici, referti, esperti, viaggi. La focalizzazione delimita un campo di azione, mentre la narrazione compie ugualmente uno spostamento, svelandosi nella sua identità: è la voce del figlio del macellaio, che scopriamo essere la nostra finestra su questo mondo. Mentre essa compare Voltolini usa più volte il verbo “scrutare”, una parola che ha un significato funzionale a questa situazione nella misura in cui esiste una catena per questa azione: il protagonista sta scrutando qualcosa che accade dentro di lui, che noi non sappiamo, ma attraverso gli occhi del figlio lo guardiamo scrutarsi, cerchiamo di decifrare i comportamenti, le reazioni, le sensazioni, pretendiamo delle risposte da qualcosa che, direttamente coinvolto, non può dirci nulla perché lui per primo non capisce cosa stia accadendo. Le situazioni quotidiane sono sospese, ricche di riflessione, di altro-da-sé.

«I commensali mangiano. Anche lui. Anche io. C’è un brusio che sale e scende come la risacca. È fatto di posate che toccano piatti. E di parole, cioè del loro suono: significati assenti. C’è il globo. Lui nel globo. Infine si rompono le righe (era una parata militare?). Si torna al tempo consueto. Il tempo consueto però da un po’ medita su se stesso, ma, come noi, non giunge a capo di ciò che è.»

Invernale è un romanzo di memorie sull’abbandono della figura paterna, sulle colpe dei padri e dei figli, sui modi per affrontare, vivere ed elaborare il dolore. È proprio questo che lo accomuna con Se camminare fa troppo rumore di Giusy D’Urso, anche se qui la voce narrante è femminile, della figlia. È anche interessante notare che entrambi i romanzi danno molta importanza agli spazi. Torino e Pisa non sono solamente la scena di un’azione drammatica, ma sembrano respirarne gli stessi sconforti e vivono in numerose descrizioni.

Sofia è la voce narrante di Se camminare fa troppo rumore, la sua è una storia di una migrazione, prima di tutto, dalla Sicilia a Pisa, appunto. Anche i tempi raccontati sono i medesimi. In Invernale ci sono i mondiali di calcio in Argentina a far da contorno, il 1978, qui il viaggio di apertura è del 1983. Tuttavia D’Urso inserisce molto presto un elemento di rottura: la narrazione arriva da una stanza. Dove siamo? Quando? Apprendiamo che Sofia sta ricordando qualcosa a fatica, che estraniarsi è una sua modalità di essere che condivide con la madre, che la narrazione adesso è divisa, in questo capitolo chiamato Primo giorno (si arriva al terzo, la metafora del risuscitare ci spia dalla finestra). La memoria, l’altro grande punto di contatto di questi due romanzi, nelle parole di Sofia è il racconto di un passato lontano, lei bambina, tutto sembra normale, ma presto quel che emerge è il quadro di una famiglia disfunzionale. Ma il suo disegno si compone lentamente, ogni trauma si svela pezzo dopo pezzo alla coscienza che lo vuole affrontare, la narrazione si interrompe con frammenti di ricordi che compaiono senza ordine, per aree tematiche, per importanza. C’è Filomena, per esempio, amica cara di Sofia e personaggio chiave dell’intero romanzo, una bambina povera e ribelle, derisa da tutta la classe e da tutto il paese, lei e sua madre, il paese antico, chiuso, tradizionalista, siciliano. Lei, Sofia, la sua unica amica, un’amicizia forte con profonde implicazioni sugli sviluppi della vicenda. Mentre noi continuiamo a leggere senza capire tutto in una volta sola, gli elementi che si aggiungono sembrano complicare il quadro, in quella stanza c’è qualcuno che sta ascoltando il racconto di Sofia, un volo sofferente, la cui ferita dipende dal padre, falegname volitivo e violento, figura via via più spaventosa man mano che la narrazione procede, negli occhi di Sofia bambina e Sofia ragazza.

Ma Sofia cresce e cerca una strada. Ma non c’è nulla del romanzo di formazione, anzi, il movimento è opposto, ricorda un altro romanzo recente di cui abbiamo parlato qui su Senzadieci qualche mese fa, quello di Cristina Venneri, Corpomatto, chiamato romanzo di formazione al contrario per analoghe ragioni, per una regressione della protagonista nei meandri della storia familiare. La costruzione della memoria procede per sbalzi, per tentativi, successi e fallimenti, il fine è quello di arrivare a una completezza che spieghi la necessità e dia alla verità lo spazio adeguato. È direttamente la voce narrante a prendersi questo carico su di sé.

«Faccio fatica a riconoscere un’immagine, una figura geometrica precisa. Troppo movimento. Troppa luce. Mi devo fermare, gli occhi devono mettere a fuoco e concentrarsi su questo colloqui. Devo cominciare a raccontare, a ricucire. Lui mi aiuterà.»

L’uomo è l’interlocutore della stanza misteriosa, che prende appunti su un taccuino che poi dovrà decifrare. D’Urso esplora il dolore di Sofia mostrandone contemporaneamente l’effetto finale e il suo processo verso la deflagrazione, che avviene nel lento deterioramento delle sicurezze del padre, che invecchia, e mentre lui invecchia lei cresce, capisce, scopre, ma ne soffre, ne rimane schiacciata, vorrebbe fuggire ma resta impastoiata, soltanto nel racconto postumo può regalarsi quella parvenza di ordine che cercava con foga da giovane. Sofia cresce fra libri ed esami di medicina, un lavoro in agenzia immobiliare e un amore sbagliato: ma soprattutto cresce restando ferma intorno ai suoi sensi di colpa, fra aspettative e delusioni, privazioni, ancorata a un padre odiato e amato e a una madre senza volontà, un finto amore familiare che nascondeva un male necessario. Il viaggio dentro questo dolore incespica nei tentativi di sciogliere le forti contraddizioni di sapere cosa, la sintassi è spezzata, si procede per frammenti, per impressioni, ma la struttura finale rivela un disegno congegnato, di cui abbiamo potuto vedere ogni passo, ogni sillaba e ogni lacrima non scesa.

«Ha fatto del suo meglio, Sofia, adesso concentriamoci sul resto della storia. Come finisce questa storia?»

Lo guardo perplessa, ha il tono della donna della finestra accanto. Oppure sono la stessa persona? Sto facendo confusione. Ho bisogno di parlare con mia madre. In entrambi i romanzi Voltolini e D’Urso si occupano dello stesso dolore, portandolo al suo compimento da strade diverse. L’obiettivo è comune, mentre Voltolini lo raggiunge dalle ampie strade della riflessione metafisica e solo secondariamente storica e personale, e D’Urso lo esplora più intensamente attraverso le camminate ossessive del padre fra gli angusti spazi domestici e della sua mente e quelle di Sofia attraverso le strade di Pisa e le “isole” della sua esistenza. In entrambe le voci narranti c’è una crescita personale, nascosta, implicita, latente in Voltolini e dolorosa, frammentata, ambigua ed esplosa in D’Urso. Le due scritture differiscono, centrifuga la prima e centripeta la seconda, ma entrambe capaci di non perdersi o caricarsi più del dovuto, ed entrambe tese verso lo svelamento: progressivo e aperto Invernale, improvviso e ricorsivo Se camminare fa troppo rumore.

Narrativa | Invernale | Dario Voltolini | La Nave di Teseo | 144 pagine

Se camminare fa troppo rumore | Giusy D’Urso | Il ramo e la foglia | 224 pagine

Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l'insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città. Quando non è in classe, legge, fotografa, ascolta musica indie e suona la Fender Mustang. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c'è stato due volte.

Site Footer