Il capo

Probabilmente i social non sono davvero il punto d’osservazione giusto per capire la realtà, ma forse lo sono per captare le ossessioni del nostro tempo. E giudicando da quanto è facile, facendosi un giretto su Instagram, imbattersi in post e reel che illustrano “i 5 segni per riconoscere un manipolatore” o spiegano “cos’è il gaslighting”, viene da pensare che tra le ossessioni più comuni ci sia quella per la manipolazione come pericolo che qualunque relazione umana può nascondere.

E allora la prima cosa che si può affermare su Il capo, il nuovo romanzo di Francesco Pacifico, edito da Mondadori, è che si tratta di un’opera che sa premere dove la contemporaneità si mostra sensibile. La maniera più facile per descrivere il libro è dire che si tratta, appunto, di un romanzo sul potere e sulla manipolazione. Un altro modo è riassumerlo come la storia di un abuso sul lavoro.

La protagonista è Gaia che nelle prime pagine romanzo raggiunge un resort sudtirolese per partecipare a quella che crede sarà una settimana di team building insieme ai colleghi della Fondazione, la kafkiana istituzione culturale romana per cui lavora. Ma ad attenderla non troverà nessun collega, neppure il capo che l’ha invitata e a cui Gaia sperava di strappare la lead di un importante progetto. Poco dopo scoprirà che lo chalet in cui dovrebbe soggiornare è già occupato da qualcuno: un uomo. È soltanto l’inizio di un misterioso gioco, orchestrato dietro le quinte dal capo, in cui Gaia si ritrova gettata senza spiegazioni, mentre tutto intorno a lei si carica di una sensazione di vaga minaccia.

Ne Il capo i rapporti di potere innervano ogni

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Cronorifugio

Nel dibattito sulla letteratura contemporanea, fervono diverse riflessioni, analisi, discussioni che mi trovano di fatto d’accordo, che reputo acute, stimolanti, pervicaci. Ampio spazio si dà a stili, linguaggi, forme, come se l’operazione di aggiornamento del romanzo in atto da oltre un secolo grondi tuttora di spirito di rinnovamento. E per fortuna, aggiungo, perché di forme e stile si parla persino poco, e se se ne parla poco è perché non sempre c’è. Infatti all’interno di queste discussioni non ultima è quella che riguarda un certo abuso di tematiche tanto care alla filiera editoriale, sempre pronta ad accontentare i gusti del pubblico ingurgitandolo di stucchevoli storie di adolescenti in fuga, appiccicaticci racconti di individui di mezza età in cerca di sé stessi e sé stesse attraverso l’indagine sui propri traumi e le relative rimozioni, di accostamenti forzosi che portano i lettori a indagare in territori insoliti, estremi, anomali ma non sempre convincenti.

Non che ci sia qualcosa di male in sé in ciascuno di questi macroargomenti, sono linee che la letteratura del ‘900 conosce bene, anzi, a ben guardare è la parte della letteratura contemporanea che resiste di più, che fin dagli esordi del romanzo moderno gode di fortuna e interesse. È facile riconoscere tuttavia, da chi la discussione la conduce in modo attento, critico, fuor di retorica, che esiste davvero un eccesso, attualmente, che è in parte il riflesso dell’alto numero di libri pubblicati e in parte la poca voglia di mettersi in gioco da parte di editori, scrittori e lettori stessi, che preferiscono un gioco al ribasso di cui forse non sono del tutto consapevoli.

Questa lunga introduzione al presente articolo dedicato

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Lettere da Soldati

Moralità è un concetto desueto. Lettere da Capri, che valse a Mario Soldati il Premio Strega del 1954, superando autori come Dino Buzzati, Carlo Cassola, Oreste Del Buono, è un romanzo per smontare l’immaginaria storia di sé: la moralità. La narrazione si dipana a tre voci. Il regista Mario, prima proiezione dello scrittore torinese, Harry, funzionario dell’Unesco e storico dell’arte americano, che si occupa di catalogare il patrimonio artistico italiano nel dopoguerra, e Jane, infermiera e moglie di Harry, religiosa e adultera.

Mario incontra, per caso, nel centro di Roma – altra grande protagonista del testo –, un vecchio conoscente, Harry, che non si risparmia a chiedergli un prestito in denaro. Mario accetta e Harry lo porta a casa per fargli conoscere Dorothea, opulenta prostituta romana di cui l’americano si è invaghito. Il regista desidera leggere un soggetto di Harry per aiutarlo economicamente, così si lascia trascinare dalla magneticità di Dorothea. Il secondo narratore arriva quando Mario è a Parigi, dove riceve il soggetto dello storico dell’arte, il quale, scritto in prima persona, narra a metà la storia che ha portato il tempo fin lì, fino alla povertà e all’amore. Harry descrive l’innamoramento come un avallo di pensieri contrastanti, immaginazione, erotismo vissuto e prima desiderato, anche per anni. L’oggetto non è importante, conta il sé; disegna un immaginario, per intensità e protocollo, che rende affascinante leggere la prosa semplice, ordinata, in mezzo al disordine della diversità temporale e di costume. Dora è il sogno. Aspetto onirico che accumula inquietudine come una spugna, per rilasciarla sotto forma di amore. Dora diventa il sesso che non esiste. Infatti Jane, moglie devota a Cristo, presenta Dorothea

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