Città tropicale

Uno stato di coscienza alterato può essere causato da tante cose: da una sostanza psicoattiva, ovviamente, e anche dagli effetti dell’astinenza da essa; da una religione che può cambiare radicalmente il modo di vedere la realtà (studi hanno dimostrato che i sentimenti religiosi attivano certe aree del cervello, dunque si può dire che il cervello di un credente fervido funziona diversamente da quello degli altri); ma anche dal caldo opprimente che prosciuga la lucidità mentale. Città tropicale (Polidoro editore), secondo romanzo di Luca Bernardi, è un libro in cui l’alterazione della coscienza (in tutte queste forme, che si alternano e si sovrappongono) permea quasi ogni pagina, come un filtro che distorce in maniera impercettibile ma persistente tutto ciò che i protagonisti (e noi con loro) vedono e vivono.

Si apre proprio con la descrizione di un paesaggio che l’afa sembra trasformare in una allucinazione, fatto di cose che si accumulano una dopo l’altra come apparizioni scialbe: «Correva scalza nel vialetto sotto il cielo bianco tupperware. Sul prato secco una barbona aizzava corvi e due donne salutavano il sole smorto. Rider supini sulle panche giornali stesi in faccia. Signore rigide guinzaglio dietro la schiena e bassotti a lingua fuori tra le ortensie vizze. Sotto un cedro ragazzini in cerchio con dalle casse». A correre scalza è la protagonista Zoe. Segue la descrizione di un incontro con il suo psichiatra da cui viene a sapere che dovrà sospendere il Nivanal, uno psicofarmaco che Zoe assume da anni e che è appena stato ritirato dal mercato. Lo psichiatra fa di tutto per rassicurarla, eppure le sue parole suonano sottilmente inquietanti. E l’inquietudine (alimentata dalle voci allarmanti

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Se la morte (non) ci fa pensare

Bitetto sceglie di sollevarsi dal piano terreno dei suoi personaggi, si prende la libertà di giudicare i comportamenti umani portando anche noi su un piano superiore, con il pretesto di una statua di Padre Pio che si fa osservatrice, narratrice delle storie che vede svolgersi sotto i suoi occhi, delle preghiere che sente rivolgersi, nel giardino privato delle onoranze funebri dove è stata voluta dal suo proprietario.

Statua, dunque, non santo. Feticcio, non verità, pezzo di roccia che finisce per trasformarsi per mano dell’uomo e ad atteggiarsi per quello che l’uomo l’ha designata: santo, appunto, ma Santo niente, Sacro niente.

Il libro, uscito per Voland, è introdotto da una nota di Leopardi sulla disperazione e sull’onnipotenza, dunque sulla vanitas, che è difatti il tratto ricorrente, sia dei personaggi coinvolti in questo excursus che di narrativo ha tutto e niente, sia della situazione in sé, dato che le risposte del santo non esistono, una statua non può rispondere, anche se a questo discorso ci sono due eccezioni. Se la gran parte dello spazio del libro è dedicato alle storie che pochi personaggi che si susseguono senza un filo logico che le unisca ci raccontano, ci sono però altri due personaggi, Antonio e il ragazzo, che ricorrentemente entrano in relazione, inevitabilmente, con la statua, il primo perché se ne deve occupare per tenerla pulita, il secondo, il figlio del proprietario della ditta, un ragazzo sveglio e curioso e carico di domande esistenziali alle quali il santo prova a rispondere e alle quali è lo stesso ragazzo a cercare di disporre di ipotesi interpretative della vita, dell’esistenza, della morte.

La morte è il tema principale in

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Amori al campo dei bersaglieri

In L’amore al fiume (e altri amori corti) (in libreria da questi giorni per i tipi di Wojtek), Ezio Sinigaglia torna a parlare con la consueta sagace brillantezza linguistica e caratterizzante di amori durante la vita militare. La composizione si fa come sempre intelligente e ardita e i 6 racconti che compongono questa nuova uscita raccolgono ancora una volta svariati tipi umani, tutti percorsi da fremiti erotici e complesse e burrascose situazioni. Il campo all’interno del quale si svolgono queste storie intrecciate fra loro senza un preciso incastro ma seguendo logiche più che altro dipendenti dai temi che ricorrono fra i vari personaggi, è il classico spazio disordinato e disorganizzato dove vige una disciplina apparente e tanta noia, vero motore dell’eros che in bassorilievo esce dalla pagina pungente e avvolgente.

Nel primo racconto, L’amore al fiume, sin da subito infatti emerge l’ironia di Sinigaglia che condurrà poi a soluzioni stilistiche e tematiche degne di un attento osservatore della realtà e dei comportamenti umani. La voce narrante è lirica, ampia, precisa, e a ben guardare è proprio questo il tratto migliore della penna, del graffio di Sinigaglia, attraverso il quale si può vedere nella sua interezza ora questo ora quell’uomo preso nei suoi presupposti sociali, in questo ambiente specifico, con gli altri commilitoni bersaglieri. I due protagonisti del primo racconto li troviamo subito nudi a fare il bagno nel fiume, e alla totale naturalezza della situazione si aggiunge la differenza fra Cecconi e Zanella, il primo un sagace conquistatore e conoscitore degli impulsi erotici maschili, il secondo un rude soldato che appare stordito dalla novità, alla

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