L’anno del fuoco segreto

«Siamo tutti bambini nel bosco, perduti, abbandonati. Sussultiamo a ogni rametto spezzato, ogni fruscio degli alberi è una mano tesa a proteggerci o forse a ghermirci». Inizia così la prefazione (firmata dai due curatori, Edoardo Rialti e Dario Valentini) di L’anno del Fuoco Segreto. Ciascuno dei venti racconti che seguono trasportano il lettore sul confine di quel bosco e lo lasciano lì, a procedere dubbioso ed esitante, a maneggiare testi senza sapere bene che cosa siano. L’impressione che rimane più viva a fine lettura è probabilmente questa: il disorientamento – che si ripete all’inizio di ogni racconto – del trovarsi senza coordinate immediatamente riconoscibili a cui affidarsi.

L’anno del Fuoco Segreto è un’antologia che è difficile riassumere perché estremamente variegata per stili e contenuti, ma anche per il background e le inclinazioni degli autori coinvolti. Il libro è il frutto finale (per ora) di un fermento creativo che si era già espresso nelle pagine online di Nazione indiana, dove alcuni dei racconti erano apparsi precedentemente. Il titolo è una citazione tolkeniana (è lo stregone Gandalf a definirsi «servitore del Fuoco Segreto»), mentre il sottotitolo è Il novo sconcertante italico: una definizione non inedita (se ne discuteva già nel 2018 su L’indiscreto, in un dibattito in cui presero parte anche alcuni autori che ritroviamo in questa raccolta) per indicare la via nostrana a quel sottogenere della letteratura fantastica chiamato New weird. Ma parlando di generi ed etichette emerge la prima contraddizione con cui una operazione del genere deve confrontarsi: se il weird è un genere che si costituisce a partire dal superamento dei confini dei generi, tentare di definirlo o incanalarlo, anche soltanto per

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Costruire l’Occidente

Cristo fra i muratori è un vangelo proletario. C’è il venerdì santo, giorno della morte di Geremio, e la Pasqua, l’iniziazione del bambino Paul come manovale. Il romanzo, scritto da Pietro Di Donato, figlio di migranti italiani negli Stati Uniti, è un avallo di stereotipi così perfetti da essere didascalici. Il Lavoro è la messa in opera. I mattoni pietre miliari della formazione di Paul, bambino rimasto orfano di Geremio, immigrato italiano di origini abruzzesi. Geremio, una mattina, esce per recarsi in cantiere e, a causa dell’imprudenza del suo capo, rimane coinvolto nel crollo che lo ucciderà, lasciando la sua salma cementata nella costruzione. Il destino di Paul è nelle mani dello zio Luigi, muratore dall’incedere pesante. Zi’ Lui’, come fosse dentro un’opera shakespeariana, incappa in un incidente sul lavoro subito dopo, finisce in ospedale ed è costretto a farsi recidere una gamba. Il giovane Paul rimane l’unico a poter sfamare la famiglia, con sette fratelli e sorelle. Tenta di farsi assumere nel cantiere dove stava il padre, ma trova resistenze. Finché uno dei manovali, Vincenzo, il suo nuovo «padrino», riesce a reclutarlo, in contrasto con le disposizioni governative sul lavoro minorile. Paul è entusiasta dell’acquisito ruolo pratico e si dedica alla posa dei mattoni, che gli consente di arrivare a un guadagno quasi pari a quello degli adulti nel cantiere. Il tempo per lui è accelerato, i suoi coetanei, come Louis o Gloria, appaiono e spariscono nel racconto tipo appunti rapidi, post-it di ciò che non è stato. L’America viene formandosi dalla rivoluzione industriale. I migranti italiani sono visti con la notazione razziale degli scalmanati, gli incontrollabili ed è ovvio si facciano

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Il passeggero che siamo

Sono passati oltre quindici anni dall’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, quel La strada che gli aveva valso il Pulitzer e di cui si vociferava che non ci sarebbe mai stato alcun discendente. Invece è finalmente uscito anche in Italia Il passeggero, romanzo che aveva fatto parlare di sé, come presumibile, sin dall’inizio, anche perché molti avevano sostenuto che lo scrittore di Providence non avrebbe più raggiunto certe vette stilistiche. Ma Il passeggero sa come destrutturare tutte le attese, spostando oltre i limiti i presupposti dei lettori facendo perno sui limiti dell’arco del potenziale narrativo del contemporaneo, già elasticizzato negli ultimi anni da autori capaci di realizzare opere d’arte fluide sotto forma di romanzi, fiumi di parole dalle correnti travolgenti e pluridirezionali. Penso a Cărtărescu, a Foster Wallace o ai più classici ma non meno verbosi Roth o Bellow.

Il logos mccarthyano afferisce però a una tradizione letteraria più spigolosa, americanissima senza dubbio (Hemingway, Faulkner), ma più universale, un corso metafisico sotterraneo che ricorda ieri Kafka e oggi Krasznahorkai, per citare due autori lontani fra loro soltanto nel tempo. McCarthy si fa insomma metafisico, costruisce domande da un’osservazione acuta del reale contemporaneo che è a sua volta fatto di domande. Ma non è tutto.

Il passeggero, nel tempo si impone come oggetto narrativo istantaneo e duraturo, unico e plurimo nei suoi contenuti, l’asse portante della scena principale che è di Bobby Western alle prese con una storia misteriosa di fuga da e verso tutto il resto della portentosa macchina narrativa messa su da McCarthy attraverso vari temi, la matematica, l’identità, la metafisica, il complottismo, la psicoanalisi e ancora

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