La luce naturale

In uno dei passi più memorabili di Pastorale americana di Philip Roth si legge: «Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male». Ecco, La luce naturale, l’ultimo romanzo di Marco Archetti, uscito per Mondadori, è una storia di gente che si capisce male e che continua a capirsi male. Tra le sue pagine incontriamo i tre protagonisti (i fratelli Flavio, Tiziana e Gabriele Calore), continuiamo a saltare tra i loro punti di vista e così facendo li vediamo moltiplicati: per come vedono sé stessi, ma anche per come si vedono reciprocamente. E nella mente di ciascuno gli altri vengono puntualmente non capiti, fraintesi, ridotti a caricature grottesche. E in fondo manca pure la volontà, lo sforzo di provare a capirsi: tutti troppo presi da egoismi e velleità sterili per tentare un passo in direzione dell’altro.

Il motore immobile (letteralmente) intorno a cui si muove questo dramma delle incomprensioni è la madre dei tre fratelli Calore: Elvira, che durante una vacanza a Eraclea, località marittima vicino Venezia, è colta da un malore che dovrebbe lasciarle pochi giorni di vita. Al capezzale dell’anziana signora, incosciente nel letto dell’albergo frequentato ogni estate per una vita, si radunano i tre figli a condividere malvolentieri un’agonia che si prolunga indefinitamente. Ciascuno porta con sé le proprie meschinità: Flavio è un attore teatrale di scarso successo, pieno di rabbia e frustrazione; Tiziana è incastrata in una vita insoddisfacente e in un matrimonio infelice e cerca la rivalsa passando da

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Sigma, intervista

Sigma, di Julia Deck, uscito in Italia per Prehistorica Editore nel 2022 con la traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, è un romanzo dove si fondono diversi temi: lo spionaggio, la distopia, la parodia, la contemporaneità. Racconta di una scalcagnata banda di spie che sta indagando per conto di Sigma, organizzazione segreta preposta al controllo delle opere d’arte considerate sovversive. È quindi un romanzo dall’alto potenziale simbolico ed espressivo. Ne abbiamo parlato con l’autrice. Ringraziamo Giuseppe Girimonti Greco, autore della traduzione delle risposte, e Alessandra Fontana di Prehistorica.

Sigma sembra debitore di certa letteratura di genere. Penso ad Assassini S.p.A. di Jack London o a certi romanzi di Eric Ambler. Tuttavia la macchina narrativa è ordinata, la trama appare persino subordinata ad altro. Sembra il frutto di un ampio controllo sulla scrittura. È così?

Penso che questo provi bene quanto sia reale l’illusione romanzesca. Ovviamente non sono indifferente a quel che lei dice. Eppure, quando lei parla di controllo, ho come una sensazione di impostura. Non c’è mai controllo, a priori. Si tratta di un gioco in cui le regole si scrivono nel corso della partita. Certo, avevo un’idea della forma particolare che volevo dare al libro: una storia basata sull’intreccio di più fili narrativi, visto che a metà dei personaggi è stata affidata la missione di spiare l’altra metà. Ma il racconto non si può elaborare se non a partire dai personaggi, e i personaggi prendono corpo nel corso della scrittura, come un attore che modifichi il testo che interpreta nel momento stesso in cui se ne appropria. Certo, i personaggi sono usciti dalla mia mente. Ma io non

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La strada di chi resta

Su Nazione Indiana. Per La vita di chi resta, di Matteo B. Bianchi, edito da Mondadori.

«Milano, nella sua casa, fra i suoi libri, fra i piccoli oggetti preziosi che ha comprato in giro per il mondo, fra le sue candele sempre accese e le decine e decine di bottiglie ben allineate sul tavolo di mogano dell’angolo bar, gli sembrava un rifugio antiaereo» scriveva Tondelli. Le cose materiali sono protagoniste nell’inizio del nuovo romanzo di Matteo B. Bianchi, La vita di chi resta, edito da Mondadori. Casa, ascensore, vestiti, scarpe, simboli del quotidiano e della discontinuità, uniti al mantra del parere popolare, per l’abbandono terapeutico delle cose materiali. Perché? Non ha senso, si dice l’autore: «Non riescono a capire che dai ricordi sono invaso». Inizia l’egida dell’irrealtà, in un memoir delicato, scarno e pacifico.

Cosa significa sopravvivere dovrebbe essere il tema del libro, forse non lo è. «L’assenza di intenzioni» mi ha colpito di più. Il sopravvivere deriva dall’assenza ed essa esiste solo nel soggetto che rimane, come da titolo. Per ciò il memoir di Matteo B. Bianchi è un viaggio illecito, tra gli oggetti e le persone che si avvicinano. Quindi è tutto. È poco altro la prosa essenziale, i flash come un post-it sul tavolo dell’ingresso, davanti una sala vuota sono parte della storia, della libertà di scriversi. Le parole e i pensieri diventano man mano, come ci si attende da uno scrittore, le uniche cose materiali. La geografia di un amore rimane lo strumento dell’abbandono dello stesso. Dove accade e perché, ossia chi. Dopo le scene iniziali, ci

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