Nebbia

«È stata una liberazione. Ho provato una felicità immensa. Di colpo mi sono liberato da due mali: la fatica provata a realizzare il mio progetto e l’impossibilità dovuta alle cose… Finita l’oggettività, un sentirsi un oggetto fra gli oggetti… mi ritrovavo vivo, capace di emozioni, di reagire…»

La citazione è tratta da L’airone di Giorgio Bassani, romanzo ambientato in provincia di Ferrara. Qui siamo invece nella provincia di Modena, a circa 100 km di distanza, forse meno. L’ambiente naturale, lo spazio vasto e pianeggiante, claustrofobico, è la zona che unisce i due romanzi emiliani.

«Dalla vetrata che accompagna il percorso guarda verso i binari, scorge i ragazzi che sui marciapiedi attendono di salire sulla littorina delle Reggiane, saltellando prima su un piede e poi sull’altro, quasi in seduta di footing e urtandosi e ridendo dietro le sciarpe arrotolate al viso. S’arresta per accendersi una sigaretta. Sbircia nella sala d’attesa, abitudine, non una volta sola c’ha rimorchiato su quelle panche, ne avrebbero da raccontare quelle mura screpolate.»

Questa invece è tratta da Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli. Allo stesso modo, nel romanzo di Licia Giaquinto i personaggi sono mossi continuamente da una tensione di morte, da una quotidianità che li spinge ad agire verso un ideale che li illude, li usa, li lacera. In Cuori di nebbia, romanzo ripubblicato da TerraRossa, i protagonisti raccontano una storia comune ciascuno dal proprio punto di vista. Esperienza corale di un mondo stantio, tagliato da una strada provinciale su cui passano i tir, l’ombra della Ferrari di Maranello sullo sfondo. I camionisti si fermano dalle prostitute per un po’ di riposo, giovani ragazze dell’est arrivate dopo la

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Storia di un altro

C’erano delle mosche morte sul mio casco da pilota numero ventiquattro. Le vedevo da terra. Il maresciallo suonava il campanello. La donna delle pulizie: «Non apre non risponde ho sentito un colpo vi prego!» Il maresciallo entrò in casa. Si sentì il rumore dei tacchi. Doveva avere le scarpe usate ai battesimi, tirate a lucido forse per l’occasione che mi ero sparato. La donna delle pulizie sibilò qualcosa. Gli agenti si scagliarono contro la porta. Da dentro, sentii il rumore della manica di una giacca che urtava contro il legno.

Iniziò il ritmo serrato delle spallate. Il maresciallo chiamò i vigili del fuoco. Nello studio i secondi passavano, con la luce flebile di dicembre che si schiantava sui libri; facevano angolo nella grande biblioteca, fermi. Echeggiava solo il rumore di una candela sul tavolo, sotto a un piattino d’argento. Non l’avevo mai accesa, mi ero riproposto di farlo per mesi nell’appartamento della signora, una padrona di casa ineccepibile.

La donna delle pulizie urlava, diceva frasi strane nella sua lingua, che non riesco a riprodurre nemmeno nella mia mente di morto e avevano giurato sarebbe stata infallibile. Si affievoliva la luce. Ai miei occhi diventava un raggio. Così sembrò essere la storia di un altro. Socchiusi le palpebre. L’immagine a un certo punto decise di restringersi. Tornai vigile dopo una spallata più forte. Il maresciallo disse a qualcuno che non c’era tempo.

Mi tornava in mente il motivo per cui ero andato nello studio. Non avevo intenzione di spararmi. Volevo vedere se la pistola fosse ancora nella scrivania. Ero in vestaglia. La mattina del sabato ero solito mettermi a leggere. Avrei

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La vita nascosta

È uscito per Il ramo e la foglia La vita nascosta, di Raffaele Donnarumma, critico letterario alla sua prima esperienza con il romanzo. Si tratta, diciamolo subito, di un esperimento riuscitissimo. Donnarumma si rivela narratore puro, consapevole, di ampio respiro. Sceglie la strada dell’autofiction, del romanzo-saggio che si dipana attraverso le esperienze di R., che racconta in una sorta di diario simil-sveviano le sue peripezie sentimentali e umane. Tuttavia, sin da subito appaiono nitide le intenzioni dell’autore, che pure si paleseranno lungo la narrazione. Per mandato di una società che ci tollera o ci colpisce a seconda dei momenti e delle circostanze, viviamo la forma più pura del dissesto sentimentale, e siamo investiti del compito di scontarlo sino in fondo mentre gli altri, adulti, ci osservano con il disincanto che hanno per un reality in televisione. R. è omosessuale, impelagato in una storia appena finita e in un’altra che sta iniziando ma che fatica a ingranare, Donnarumma si mette su un piano dell’analisi in modo così preciso e raffinato da mostrare che la sincerità della narrazione di questo mondo è tutta da costruire, sia che a entrare sia il giudizio esterno, sia che a capitare siano le riflessioni stesse delle persone coinvolte. Raffinato perché lo spirito illuminista che lo pervade arriva ben oltre i confini del mondo omosessuale, ma senza perdere di efficacia. Gli intellettuali sono oggi uno dei ceti più esposti alla frantumazione dei rapporti e più costretti a vagare per città e paesi diversi, come i chierici di un tempo; e, come allora, hanno una scarsa propensione a parlarne, se non nelle forme favolose e fasulle dell’esilio

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