La realtà con i filtri

Hanna Bervoets scrive un racconto studiato per rappresentare un’epoca industriale, in via di definizione: il digitale. Lo fa, come precisa alla fine del libro in una nota, raccogliendo materiale sulle condizioni di lavoro dei “moderatori di contenuti digitali”. La storia, romanzo breve edito da Mondadori, inizia rivolgendosi all’avvocato insistente, Stetic, destinatario della lunga confessione. I dipendenti di un’azienda subappaltatrice lavorano per un datore di lavoro innominabile, social media di dimensioni globali: devono selezionare la qualità dei contenuti, l’accettabile socialmente. Se un video, un post, una foto o una diretta violano le regole della community, il contenuto va rimosso, come da titolo.

Ho visto la diretta di una ragazza che si infilava un coltellino per nulla affilato nel braccio, ha dovuto spingerlo fino in fondo prima di vedere affiorare una goccia di sangue. Ho visto un uomo che prendeva a calci il suo pastore tedesco così forte da farlo da farlo sbattere contro il frigorifero per i guaiti. Ho visto bambini sfidarsi a ingoiare una dose spropositata di cannella. Ho visto gente decantare le qualità di Hitler con vicini, colleghi e lontani conoscenti così, senza troppi problemi, a uso e consumo di potenziali partner e datori di lavoro: “Hitler avrebbe dovuto completare l’opera” sotto alla foto di due migranti su una barca.

La mission espone a turni massacranti, con standard di resa programmati e inflessibili, set temporali in cui scandagliare decine e decine di prodotti multimediali creati dagli utenti, metaboliti del lato oscuro dell’umanità, immoralmente riversati sulla piattaforma di condivisione, in attesa di essere rimossi. Si va dai video di tentati suicidi alle teorie complottiste, dalla violenza contro gli animali ai contenuti pornografici.

Questo post è stato rimosso è uno spaccato realista, immagine documentale di una classe lavoratrice ben presente nella società contemporanea; la stessa protagonista, Kayleigh, fa riferimento a un suo precedente lavoro, in un call center per il servizio clienti. Le scene si alternano tra amore per una compagna conosciuta in azienda e la freddezza, il distacco per l’umanità nascosta, non da una macchina, ma da altri esseri umani.

Se la capacità di essere falsamente critici nelle prime battute non impatta in maniera decisiva sulle fragilità dei lavoratori, alla lunga presenta il conto sotto varie forme di stress, tra cui la scarsa lucidità nei giudizi complottisti, come nel caso di Kyo, oppure nella perdita del controllo come per Robert, che al limite delle sue possibilità punta un taser contro la schiena della sua supervisora.

Fu quello il momento? L’attimo in cui mi innamorai davvero? Forse sì o forse no, signor Stetic. Forse l’innamoramento non è una tessera fedeltà piena di determinati gesti e sentimenti, quanto la semplice somma di desiderio paura. Il desiderio nacque quasi subito, di fatto sin dal primo bacio, mentre la paura aumentò gradualmente: la paura che una sera non venisse al pub, la paura che quella volta non ci saremmo baciare, la paura che avrebbe cambiato idea. Quelle erano all’incirca le gradazioni del mio innamoramento.

L’amore per Sigrid è, per chi racconta, salvezza e sopravvivenza. Canale di libertà dalla scienza della rimozione digitale, dal logorio della catena di produzione non troppo diversa dal bianco e nero, adesso scarto del mondo di plastica dei social media. Lei spera che il lavoro non entri nella coppia, la implora senza dirglielo, di non portare un solo episodio dentro il bunker. Sigrid lo fa; una volta come operatrice, una volta come utente dalle tendenze del complotto: che differenza c’è?

Nuove storie | Questo post è stato rimosso | Hanna Bervoets | Mondadori | 108 pagine