L’anno del bradipo

In L’anno del bradipo, uscito per Inschibboleth nel 2021, Domenico Calcaterra raccoglie i suoi pensieri sulle sue esperienze di critica letteraria. In quello che lui stesso definisce un journal, giorno dopo giorno intreccia un discorso autobiografico dove alla critica intesa come meditazione sui metodi e sugli autori si aggiunge il privato: la memoria del padre e le sue esperienze con il volo, la storia dell’arte, il recupero di certi autori minori del ‘900 e anche dell’800, il rapporto con i social e naturalmente, la scuola. È proprio nelle pagine dedicate al suo mestiere di insegnante in una scuola media che emerge più lampante la sua posizione sulla critica. Il nesso fra scuola e critica letteraria, nel tentativo necessario di muovere la critica dalle paludi dell’accademismo per riportarla su un piano quotidiano, pragmatico, appare come un insieme congruo e strutturato di riflessioni sulla didattica.

“Il pensiero critico, scrive Calcaterra a pag. 80, si comincia a coltivare proprio sui banchi di scuola.” Va da sé, il commento è il ragionamento sulla “totale indifferenza nella quale operano i primi tra gli intellettuali di uno Stato: gli insegnanti.”, che “Scendendo in piazza, difendendo la scuola pubblica e la funzione dei docenti – anziché agitarci dietro astratti lucori: popolo, massa, pubblico – saremmo davvero a un soffio da una riconquistata possibilità di riguadagnare il tanto agognato ruolo di coscienza storica, civile ed etica del nostro Paese.”

Quale sia la congiunzione fra critico e insegnante è presto spiegato grazie al Fedra di Raffaello, il ritratto di Tommaso Inghirami intellettuale umanista che racchiude in sé “Quel libertario “strabismo” di sguardo che insegnante e critico devono mantenere vivo, nel tentativo di riannodare i fili con quell’altrove che è il proprio vissuto, il mondo fuori, la vena larga della vita.”

Il ragionamento prosegue con l’esperienza di un nuovo inizio di anno scolastico, in data 3 ottobre, una lamentazione a cui mi aggrego facilmente, dove si mette in luce l’aspetto burocratico della progettazione di ogni anno, che si chiude con una sorta di adunata: “spacciamo la nostra eversiva e buona eresia, issiamo questa bianca bandiera, diamo torto a questa frenesia contemporanea fondata su una malintesa e distorta centralità dell’individuo, riconoscendo primari i veri valori: la curiosità e la passione, lo stimolo alla ricerca attraverso il sapere di sé.”

Bisogna innanzi tutto uscire da certi stereotipi, afferma poche pagine, o giornate, più tardi, certe caricature nel racconto degli autori più stigmatizzati in immagini chiuse, ansiogene. Così capita alla cosiddetta “passionalità da squilibrato” di Foscolo o alla visione del Leopardi nel film di Martone: invenzioni didascaliche che non rendono giustizia non solo della vita degli autori, ma neanche a una didattica che si proponga di essere liberatoria. Del resto, aggiungo, Foscolo e Leopardi non sono i soli a subire questo destino: già Dante e Petrarca se la giocano spesso in zona liminare.

Calcaterra torna sui “misuratori di fantomatiche competenze da accertare, proni al ruolo di meri mediatori, epperò privi di una cultura svuotata di sapere.” Poche pagine più tardi il discorso si fa esemplificativo, quando si racconta di una produzione scritta. In una riscrittura di S’i fossi foco, uno studente immagina, essendo il professore, di alzare i voti agli intellettuali. L’occasione per riflettere ancora una volta sul ruolo ormai afono dei primi intellettuali, degli insegnanti, cioè, incapaci di riconoscere il proprio ruolo e funzione e quindi incapaci anche solo di delineare la strada dell’esercizio critico. 

Ma gli insegnanti che vivono questa discrasia quotidianamente sanno come sia  complesso trovare modi adeguati per essere educatori autentici, dovendo sfidare un sistema-scuola troppo spesso ancorato a una tradizione ormai vuota e priva di senso. Così il gesto che compare in data 17 ottobre appare allo stesso tempo sintomo e slancio, risoluzione ed esperimento di questa ricerca, in questo caso un tentativo basato sul lavoro di cancellature di Emilio Isgrò. 

“D’un tratto, afferro il manuale di letteratura e cerco uno tra i più celebri sonetti danteschi (che per altro ho appena finito di spiegare agli alunni) e comincio, con una gioia sconosciuta, a cancellare le parole, salvando solo quelle che mi sembrano abbiano la forza di sopravvivere, di fare da ponte con altre, disperse, nel fondo di questo mare magno testuale.”

Altri esperimenti appaiono meno improvvisati, come l’attività di “Professore per un giorno” descritta in data 22 ottobre, quando un suo alunno dall’aria distratta e curiosa fornisce la propria spiegazione sull’Inferno dantesco e la sua geografia, o quella di riflessione personale in cui Calcaterra conclude un suo ragionamento in questo modo: “La scuola dovrebbe essere il posto privilegiato di una sacrosanta religione della ricerca di Sé. Non culla di autoreferenziale sentire, bensì il luogo entro cui strutturarsi, conoscersi, provare a rispecchiarsi.”

È ovvio che in mezzo a queste strade alcune sono lo specchio di un fallimento, il momento ben noto agli insegnanti che ci porta a essere ancora più soli, a sentire di aver perso irrimediabilmente quel filo che ci lega ai nostri allievi, che forse non si è spezzato ma ha preso una nuova direzione e si è riannodato.

Del resto, se ci sono gli smarrimenti, ci sono anche i successi, come si scopre leggendo il 28 gennaio, dove il critico-professore racconta di un compito di letteratura che avrebbe mostrato un “critico in erba”. Così scrive un alunno di prima media: “L’Iliade sembra una soap opera – perché possiede storie d’amore, litigi per donne…” e così commenta Calcaterra: “Bel giudizio idiosincratico, tutto di pancia; ma diamogli tempo per scoprire per intero la bellezza del poema della forza.”

Per tornare alla posizione degli insegnanti verso la scuola, più in là Calcaterra suggerisce che a fronte del linguaggio ormai svuotato di senso, paradosso di replicanti, pletora di sigle, “il primo vero moto di ribellione degli insegnanti dovrebbe proprio coincidere con il farsi volenterosi dinamitardi, far saltare questo scuolese la cui vuota intercambiabilità suona oggi come il greve correlativo oggettivo dell’abisso in cui è precipitata la scuola italiana.” 

Allo stesso modo l’insegnante ammonisce un allievo che risponde all’appello (persino in DaD), in vernacolo, cioè abbandonandosi a un rischio spesso incontrollato di finire fagocitati da un irrazionale conformismo, da una rottura del patto etico, e conclude: “la lingua italiana è (o dovrebbe essere) la norma, la regola, il nitore, la forza benedetta del pensiero argomentato, il folle desiderio di giustizia e libertà.”

In chiusura di anno scolastico, fra le solite domande che ci si fa, fra cosa sia rimasto e cosa sia evaporato, “sommerso dalle carte da impilare, strappato alla libertà responsabile con cui dovrebbe coincidere la nostra professione, mi chiedo cos’è un insegnante se non un istrione, un camaleonte, uno sciamano, infine, che cerca di spacciare la sua moneta buona?”

Ma nel diario alla scuola si intrecciano altri discorsi: la memoria del padre e della sorella hanno evidentemente un posto di primo piano, accanto al cane dell’autore e della moglie da poco scomparso. La loro assenza è vuoto che dialoga con la stessa dolcezza con cui all’autore parlano i grandi classici. Con tutti loro Calcaterra intraprende un discorso che travalica il semplice rapporto diretto e si pone in territori di confine dove il recupero della memoria si riempie di altre memorie, di connessioni improvvise, di atti di ricerca che spostino uno sguardo abituato perché le cose possano prodursi in un altro senso. Così è per autori meno “grandi” come Isgrò, o pittori come Fabrizio Clerici, pittore “che pensa” alla pari di De Chirico. Con essi il confine con la letteratura si fa meno netto, più ricco e anche più disposto al dialogo di quanto lo sia l’intenzione stessa dell’autore.

Calcaterra non lesina critiche agli autori contemporanei che legge, che conosce, mettendosi in gioco e nominandoli talvolta, o semplicemente suggerendoli, senza particolare infingimenti. Curioso che di quelli nominati in queste pagine alcuni abbiano accettato le parole e i commenti del critico con risposte intelligenti, mentre di altri non si sa nulla, a giudicare dalla lettura.

I punti di forza di Calcaterra sono Consolo e Calvino, ma emerge forte l’amore per Del Giudice, da poco scomparso, per Borgese e per molti altri autori, anche dell’Ottocento. La prosa di Calcaterra (perché in fondo non di libro di critica ma di libro di narrativa camuffato da journal camuffato da libro di critica si tratta) è spesso ridondante, risente di alcune sue letture predilette, di autori del ‘700 e dell’800 in particolare francese, tedesco e italiano che più sembrano attrarlo, in quegli ampi svolazzi del pensiero che sembrano non finire mai e comprendere ogni cosa. Così Foscolo, Goethe, Chateaubriand, De Maistre, o ancora Praz, Graf, Garboli, critici raffinati e colti, sicuramente modelli per l’autore, si uniscono nel discorso complessivo a Morandini, Orecchio, Giglioli, e ad altri minori, gli amici Fabrizio Coscia, Massimo Onofri e Fabrizio Ottaviani, oltreché a vari mostri sacri del canone novecentesco italiano, come in una grande partitura. La musica, classica, sinfonica, operistica, è infatti l’altro grande leit-motiv artistico, insieme a letteratura e pittura, che Calcaterra racconta come parte integrante della propria vita quotidiana, elemento di ispirazione e motivo di crescita e di ricerca. 

Così il bradipo vive fuori dai riflettori, lontano dai social che osserva con fine antropologico, socio-letterario. Il critico, in provincia, può sperare più nettamente in una ripresa di valori letterari meno affrettati, meno lenti, più capaci di stabilità e autorevolezza.

Recensioni | L’anno del bradipo | Domenico Calcaterra | Inschibboleth | 368 pagine