L’anno del bradipo

In L’anno del bradipo, uscito per Inschibboleth nel 2021, Domenico Calcaterra raccoglie i suoi pensieri sulle esperienze di critica letteraria. In quello che lui stesso definisce un journal, giorno dopo giorno intreccia un discorso autobiografico dove alla critica intesa come meditazione sui metodi e sugli autori si aggiunge il privato: la memoria del padre e le sue esperienze con il volo, la storia dell’arte, il recupero di certi autori minori del ‘900 e anche dell’800, il rapporto con i social e naturalmente, la scuola. È proprio nelle pagine dedicate al suo mestiere di insegnante in una scuola media che emerge più lampante la sua posizione sulla critica. Il nesso fra scuola e critica letteraria, nel tentativo necessario di muovere la critica dalle paludi dell’accademismo per riportarla su un piano quotidiano, pragmatico, appare come un insieme congruo e strutturato di riflessioni sulla didattica.

“Il pensiero critico, scrive Calcaterra a pag. 80, si comincia a coltivare proprio sui banchi di scuola.” Va da sé, il commento è il ragionamento sulla “totale indifferenza nella quale operano i primi tra gli intellettuali di uno Stato: gli insegnanti.”, che “Scendendo in piazza, difendendo la scuola pubblica e la funzione dei docenti – anziché agitarci dietro astratti lucori: popolo, massa, pubblico – saremmo davvero a un soffio da una riconquistata possibilità di riguadagnare il tanto agognato ruolo di coscienza storica, civile ed etica del nostro Paese.”

Quale sia la congiunzione fra critico e insegnante è presto spiegato grazie al Fedra di Raffaello, il ritratto di Tommaso Inghirami intellettuale umanista che racchiude in sé “Quel libertario “strabismo” di sguardo che insegnante e critico devono mantenere vivo, nel tentativo di riannodare

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L’ordine degli universi

In Turchia chiamano il Mar Mediterraneo Ak Deniz, mare bianco. Marco lo ascolta dire in televisione mentre incarta un enorme uovo di cioccolata, con dentro un rossetto scuro, perché Denise ama i trucchi scuri e ama le uova di cioccolata.

La scuola è finita da venti minuti. Si sentono i motorini volare giù da via Castiglione. Il Gonzo è senza mutande, non le ha messe perché ha caldo – dice –, ma forse è per festeggiare l’evento che stavolta non dovrà ripetere l’anno.

«Cazzo, dài! Scendi o salgo? Salgo?»

Non ha il senso della misura.

Il Gonzo e Marco sono compagni di banco. L’anno scorso si sono fatti bocciare per aver tentato di dare fuoco all’auto della preside Grisaldi, nel suo giardino.

«Ho visto un uovo di cioccolata!» dice il Gonzo. «Marco… cazzo… ho visto un uovo di cioccolata!» Il Gonzo urla e si mette le mani tra i capelli ricci unti e inizia a ridere sguaiatamente grattandosi la testa umida di sudore. «Cazzo… Marco… ho visto un uovo di cioccolata, a giugno!»

Una vespa piccola gli gira attorno. Marco la vede dall’angoletto della finestra ma non gli dice nulla, all’amico senza mutande.

«Denise è la ragazza per me, invece. Lo sai?» dice il Gonzo.

Marco sta aggiustando il fiocco rosso. Lo sta sistemando facendo attenzione che la curva di rosso a destra sia poco più grande della curva a sinistra, pretendendo di centrare l’armonia.

Ora soffia contro la seta per scacciare la polvere.

Scuote la testa. Il Gonzo da fuori lo fissa.

Marco prende un pennarello. La carta che copre l’uovo è bianca e stropicciata, così ci

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