Mani sudate

Roberto la mattina esce di casa per andare all’università. Studia Giurisprudenza, ha una buona media, è l’unico della sua famiglia ad aver raggiunto un simile titolo di studio. Mentre suo padre faceva la vendemmia o tirava il latte dalle zinne delle mucche o coglieva i pomodori, lui sottolineava libri su libri. Viveva a Siracusa, non ha mai pensato di andarsene, ma poi il fascino della città l’ha strappato via dall’isola. Ora Roberto vive a Roma, suo padre sapeva che non era portato per la campagna e l’ha lasciato andare. 860 km lontano da casa, nostalgia diabolica solo di notte. 

Esce di casa ogni mattina alle 7.45. La borsa a tracolla è sempre piena di libri, fogli e scartoffie, gli pesa sulla spalla.

Giorgio lavora, fa il magazziniere. Dopo il liceo non aveva più voglia di studiare. Ha provato qualche concorso in forza armata ma non è passato. Si è messo su internet ed ha inviato il curriculum scarno a tutti gli annunci che trovava. Non aveva propositi, idee, scelte preferibili. Semplicemente voleva un lavoro. La famiglia non gli ha mai rimproverato questa scelta. Forse il posto fisso e una divisa sono più ammalianti, ma meglio così ripetono.  

Roberto quando esce alle 7.45 chiude il portone, si aggiusta la sciarpa, infila le cuffiette, sceglie la canzone, mette le mani in tasca. Ascolta cantautorato, ma anche punk, indie, dreampop, garage rock, dipende. Spesso con lui scende una ragazza, anche lei fuorisede. Si incontrano nell’androne, si danno il buongiorno.

Giorgio ha diversi turni: la mattina dalle 8 alle 14, il pomeriggio dalle 14 alle 19, dal lunedì al sabato. Alza scatoloni pesanti, li apre e tira fuori il contenuto: detersivi, utensili da cucina, prodotti per la cura del corpo. Li registra con il codice a barre e li dispone negli appositi scaffali. E poi rinizia da capo. 

Roberto vorrebbe parlarle, almeno presentarsi. Dirle: guarda se ti va facciamo la strada insieme. Però non ha il coraggio, e quando è il primo ad uscire dal portone, svolta per una traversa, così da seminarla. Roberto si chiede Chissà se mi segue, chissà se mi ha visto e mi segue.

A Giorgio piace il suo lavoro. Da quando lavora è come se fosse estraneo dal tempo. L’unico tempo da rispettare è quello del turno, presentarsi lì senza ritardo. Il resto è una nebulosa dispersiva dove l’illimitatezza vince sulla rigidità del tempo. Giorgio non ha mai conosciuto il tempo. Neanche quando andavo a scuola: rispettava gli orari, ma non sapeva cosa fosse. Rispettava le consegne, non dubitava sul domani, né si chiedeva cosa fosse, quali opportunità avesse.  

Roberto quando semina la ragazza dai capelli gialli come il centro delle margherite, dove le api gialle si posano e amoreggiano, si sente perso per sempre. E non esiste strada che lo riconduca a lui. Legge su un muro sempre la stessa parola: apologia. Si chiede cosa significa, non lo sa. Pensa alla ragazza dai capelli gialli, che no, non lo sta seguendo. Neanche Roberto conosce il tempo; i giorni si somigliano grossomodo tutti. Ciao buongiorno. Porca puttana perché non riesco a parlarle, perché non riesco ad essere normale?, ma cosa significa apologia? Se solo avessi tre secondi di puro coraggio folle. 

Giorgio non ha mai stretto tra le braccia una ragazza, e neanche gli interessa. È privo di stimoli, è come asessuato. Non è mai rientrato tra i suoi progetti trovarsi una ragazza con cui perdere la verginità. Quando incontra belle ragazze per strada, le guarda, sì, ma senza alcuna sollecitazione. Non capita neanche con i ragazzi, né con i gatti, né con i cani. Tutto ciò che è vivo per lui è come se fosse morto, corpi privi di attrazione. Non hai mai provato amore, da quando ha finito scuola neanche il sole primaverile lo emoziona più di tanto.

Nella via dove Roberto è solito passare i tombini sono cimiteri di sigarette stuccate, le ruote delle auto accasciate a terra in cerca d’aiuto, i cassonetti dell’immondizia traboccanti di cibo, pannolini, vestiti. I gabbiani rompono le buste e mangiano ciò che trovano. Qualcuno scalzo e dalla pelle rovinata rovista per procurarsi qualcosa da vendere. Roberto una volta ha trovato un libro di Vittorini, l’ha preso con un fazzoletto ed è salito a casa. L’ha lasciato per un paio di giorni fuori al balcone con l’idea che si potesse in qualche modo igienizzare. 

Giorgio ricorda che una volta il sole primaverile gli faceva bene. Usciva da scuola e passeggiava. Il più delle volte si ritrovava sull’isola Tiberina, si sedeva con la schiena poggiata sul muro inclinato ed era come sdraiarsi. Fumava una sigaretta e chiudeva gli occhi. C’erano le onde, c’erano i gabbiani, c’era il sole, c’erano le voci dei turisti, il rumore delle macchine fotografiche, l’odore dei loro pasti. Anche lì il tempo non aveva alcuna importanza. Quando poi voleva tornare a casa si alzava e s’incamminava senza guardar l’ora mai. 

Poi quel libro di Vittorini Roberto non l’ha mai letto. Dice che non ha mai tempo, che deve preparare gli esami, che il tempo è uno scellerato maniaco che ti stupra negli angoli bui e ti lascia lì violato e smesso. Come difendersi.

Il magazzino dove lavora Giorgio è vicino casa, quindi ci va a piedi. Non ascolta musica, non guarda le persone che gli passano accanto, non spia il cielo, non cerca qualcosa: guarda per terra, i suoi lacci che saltellano e le sue scarpe da lavoro con la punta in metallo. Non pensa realmente a qualcosa. Si pone domande del tipo: mi sono ricordato di prendere la borraccia?, che poi ieri a cena cos’ho mangiato?, il fumo che mi ha dato Marcolino è una bomba, chissà dove l’ha preso.

Roberto non ha neanche il tempo per andare a leggersi il significato di Apologia. Si trova nel bel mezzo di una baraonda silenziosa, dove vorrebbe fare tante cose, ma le persone che lo circondano fanno molte altre cose: vedere la velocità, la produttività degli altri, invece di essere motivo di sprono, è motivo di paralisi. 

Giorgio durante il turno parla poco. I suoi colleghi sono simpatici ma Giorgio li considera invadenti. Provano a coinvolgerlo in qualche discorso, gli offrono il caffè, fanno delle domande. Ma Giorgio risponde rapido e secco, sembra infastidito. Non si lascia pagare il caffè, se gli altri non si prendono i suoi soldi, lui si innervosisce e alza la voce. Adesso i colleghi l’hanno capito e lo lasciano stare. 

Roberto vive in una stanzetta popolata di tantissimi ricordi non suoi. Sono segni conservati sulle mura o sul pavimento o sul soffitto. Lasciati lì da ogni studente che è vissuto in quella stessa stanzetta. Ci sono scritte in piccolo come “+Marx&Engels – Influencers” oppure “Facciamo la rivoluzione, non la controreligione”, manifesti e poster irremovibili, concerti, biglietti dello stadio, chiazze inlavabili, buchi e buchetti generati magari nelle notti più sbronze. Roberto guarda tutte queste cose che sembrano o somigliano ricordi e prova invisibilità. Vorrebbe lasciare anche lui qualcosa, dire: anch’io sono stato qui. Ma cosa? Come dimostrare l’esistenza?

Pensa a tutti quei fuorisede che di certo soli non si son sentiti mai. Quante canne ha aspirato questo soffitto, e quanti preservativi ha visto questo pavimento. E io? E di me cosa vede? Un inetto del cazzo che non sa vivere.

Giorgio torna a casa e accende la tv. Per tutto il pomeriggio – o per tutta la mattinata, dipende dai turni – guarda film, serie, video, storie, tiktok. Ipnotizzato dalla luce artificiale, occhi a palla e cilindrici, il corpo spalmato sul divano. In realtà non ascolta veramente, neanche vede davvero ciò che lo schermo trasmette, è solo un modo per vincere il silenzio della solitudine. Poi si alza, si fa una doccia, si masturba su un porno qualsiasi ed esce. 

Roberto esce poco, non ha un vero gruppo di amici. La gente dell’università è tutta sonnambula o con i paraocchi. Roberto cerca persone da osservare, rapire, parlare di montagne e Cicerone e neve e l’estate scorsa. Invece tutti parlano del sabato, del mercoledì, dello spritz, della tipa, del tipo. Tutto melenso, e Roberto è solo.

Giorgio frequenta posti dove si balla come Forte Prenestino o Forte Antenne. Ma se Testaccio organizza una serata techno, Giorgio va. O se San Lorenzo chiama, Giorgio va. Sotto cassa fatto di acidi e musica psichedelica che ti entra dappertutto soprattutto nelle vene confondendosi col sangue respiri come per trovare l’anelito che ti faccia sopravvivere e tutti hanno sguardi persi o perduti ma tutti sono vicini e ti abbracciano senza volerlo e il tuo corpo diventa un grande magma fatto di tanti corpi, ti senti sempre piccolo e minuscolo e scadente ma poi diventi il grande magma mischiato ed eterogeneo e non hai più paura di niente.

I coinquilini di Roberto sono tre: due stronzi e il terzo simpatico. Prova a convincere Roberto di uscire, andare a bere, conoscere qualche ragazza. Ma Roberto resta a casa a fumare e guardare fuori. Il cielo di Siracusa non è come il cielo di Roma. Dopo l’università non sa se tornare sull’isola. L’isola era il posto da dove voleva essere salvato, ma ora giunto a Roma capisce solo di essere naufragato. E quanti sacrifici fa la mia famiglia per? Dovrei imparare a vivere, a me sembra che stia imparando a morire.

Giorgio butta giù alcolici di diversa gradazione e quando gli sale la botta tutto rallenta o si velocizza. I corpi delle persone al passaggio o al movimento rilasciano come una scia magnetica e magmatica. Giorgio è nel flusso ed è lì che vorrebbe vivere per sempre senza conoscere il valore né la quantità del tempo. 

Forse Roberto vorrebbe essere più naturale e flessibile, accogliere le occasioni che la vita gli offre. Cioè, Roberto non è innaturale e rigido, ma l’immobilità del mutamento, la noia prodotta da mesi fermi, lo fanno diventare un ramo secco, mentre lui vorrebbe essere un calicanto, quel fiore che fiorisce sui rami secchi d’inverno. O comunque smetterla di appassire a poco a poco anche quando le stagioni sono a lui favorevoli. 

Giorgio ha sempre un bicchiere in mano e una canna nell’altra. Quando poi il bicchiere finisce, torna al bar per prendere altro. Si allontana dal corpounico, la musica si affievolisce leggermente. Giorgio ordina negronisbagliato o campari o quello che c’è fai te fai te. Un amico di Giorgio gli chiede: “Ao ma senti npo, cheffai domani?”

Roberto crede sia forse paura del cambiamento. Le cose cambiano e lui ha paura, vorrebbe che tutto restasse fermo, inerme. Che il mondo stia fermo: nessuno più che esce, nessuno più che si diverte. Tutti a casa, così che io non mi senta in dovere di uscire e imitarvi e far finta di divertirmi. 

“Ma che vordì che faccio domani? Attacco alle 14, devo fa il pomeriggio.”

Quella domanda Giorgio non l’aveva mai ascoltata. Nessuno gli aveva mai chiesto che fai domani. E per qualche attimo lui non sapeva rispondere, non sapeva il significato di domani. 

Mi sento solo, triste e solo perchè sono gli altri che mi fanno sentire così. Perché mi sento obbligato a fare ciò che non ho voglia di fare, e se poi non lo faccio, come succede sempre, mi sento male malissimo, come se non stessi vivendo realmente. A vent’anni l’esistenza è certa, viene dimostrata solo uscendo e fare le 4. E devi testimoniare che sei uscito, lo devi far sapere a tutti! E allora fai storie su instagram, scrivi alla tua ex e le dici che stai bene benissimo anche senza di lei, pubblichi il giorno dopo foto mosse dove si vede che sei felice. Ma quando ti nascondi è per piangere. 

Giorgio torna a ballare pensando Menomale che domani c’ho pomeriggio così posso dormi’, menomale. Subito la quantità, il valore, il significato di domani torna ad essere ignoto. Le figure attorno muovono i capelli e muovono la testa, il collo a ritmi pazzi, muovono il bacino, alzano le braccia, muovono le dita, chi ad occhi spenti, chi guarda il soffittocielo, chi fuma disperatamente in cerca d’ossigeno. 

La mia vita è sconosciuta, incolore, mediocre, anonima, perché la mia vita consiste nel nascondermi. Non so affrontare niente, ok? Sono bravo a studiare, questo si. Ma oltre a rinchiudermi in biblioteca e studiare senza distrarmi, cosa so fare? Ho mai parlato alla ragazza che vedo tutte le mattine? No.

Ho amici? No.

All’università parlo con qualcuno? No.

Ho mai fatto l’amore? No.

Ho propositi, ambizioni, obiettivi? No.

E non capire niente e non sapere niente e perdere identità e diventare un tutt’uno. La non-conoscenza non è dolorosa. Perdere i ricordi, perdere memoria: annullarsi. Vedersi le mani e capire e trovare nell’invisibilità ciò che scompare, ciò che abbiamo perso, ciò che ci fa male. Ma ora non capire e non voler capire.  

Sono talmente stordito, sono talmente perso in questo cerchio immutabile della noia. Non riesco a uscirne, non riesco a disfarmene. Mi giro e mi rigiro, non c’è via d’uscita. Evadere o uccidere il cerchio. 

E credere nelle speranza e diventare euforici che anche la prossima settimana la passeremo così: bere e ballare e fumare e non essere soli.

Fasci di luce che ti accecano ed è ciò che vogliamo: confonderci e confondersi.  Avere vent’anni e quando la vita inizierà a disgustarci, overdose di oki&vodka. 

Ma il cerchio non si può mica uccidere. Chi sta in prigione non può mica uccidere la cella. Bisogna dunque aspettare qualcuno o qualcosa che mi tiri fuori da qui, cazzo ne so che paghi una cauzione, o che mi disorienti fino al punto che il cerchio smetta di essere percepito come un cerchio e che diventi globo, geoide. 

L’indisciplina è coraggio, modifica, ricerca, nuovo, contestazione, svecchiamento, moltiplicazione delle voci, spersonalizzazione, annullamento, abbattimento. L’unicità non è reale. Indefiniti. Non perché il mondo progredisca, ma almeno che si agiti. Che ci dia voce e spessore. Cazzo mondo, non vedi come siamo tanti? Come ci sentiamo soli? Come cerchiamo riparo? Mondo se ci togli spazi noi ne cerchiamo altri, tangibili o no, reali o irreali. Occupiamo palazzi, aspettiamo celerini e faremo baldoria non per odio ma per sfogo. Abbiamo bisogno di questo perché reprimere reprimere reprimere e poi scoppiamo.   

Meglio che vada a dormire, anestesia totale della notte privo di coscienza. Dormire equivale a spegnersi. Dormire per smettere di vivere, almeno per una notte, almeno per una notte. 

Trovare l’amore nelle cose, non più nelle persone. Cercare appigli. Tutti scalatori senza preparazione. Calli sulle dita, non troviamo mai il giusto punto dove aggrapparsi perché non sappiamo cercare, non siamo preparati. In pochi raggiungono l’altura e chi la raggiunge non si gode la vista, non aiuta gli altri, chi muore disidratato, chi se ne va senza voltarsi. In molti restano sulla parete ma precipitano giù. In tantissimi restano giù giù giù neanche ci provano ad arrampicarsi, che senso ha?

Poi ci sono quelli che già si trovano in vetta, sono nati sulla vetta, e vengono cresciuti ed educati secondo la famosa disciplina del: Disprezza chi non è come te. 

Siamo disperati ma non lo confidiamo a nessuno per paura o vergogna o vanagloria, dacci una mano.

La notte finisce, il corpounico si smembra, tutti tornano a casa tristi&felici. Giorgio è privo di coscienza, vede tutto mosso, non riesce a reggersi in piedi. Un amico lo invita a dormire da lui che abita a due passi e lo porta in braccio. “Svegliami domani che devo andà a lavoro, domani domani, cazzo domani.” L’unica cosa che Giorgio percepisce sono le sue mani, e le sente sudate, sudatissime, bagnate, liquide e liquefatte.  Si addormenta non appena poggia la testa sul cuscino. 

Mi sono alzato come tutte le mattine, ho fatto colazione, mi sono lavato i denti, mi sono vestito e sono uscito come sempre alle 7.45. La ragazza mi ha sorriso, mi ha dato il buongiorno. Sono fuggito via di corsa, ho girato all’angolo vicino, ho letto la scritta sul muro: Apologia. Mi sono chiesto il significato. E poi una persona vestita di nero, dalla faccia graffiata, senza labbra, capelli radi. Mi guarda con autorità e mi chiede il significato di Apologia. 

Come scusi?

Mi sa dire il significato di Apologia?

No, ma sarei molto curioso. Da tempo me lo chiedo.

E perché non è mai andato a leggere il significato?

Perché non ho tempo.

Ah lei dice di non avere tempo, bene. 

No infatti…

È bastato un attimo che mi prendesse e mi scagliasse giù di un ponte. Mi sono aggrappato a quel che ho trovato. Una paura tremenda. Stavo scivolando e sotto scorreva il fiume. Ho pensato a mia madre, alla Sicilia, alla terra arsa, ai pomodori ciliegini, al terrazzo di Lucia, al vino di nonno, agli amici che son rimasti lì, ai tuffi dalle scogliere, a Siracusa e il suo odore di ricci di mare e salsedine, al fumo dell’etna al tramonto.

Stavo per cadere, un ragazzo di colpo è arrivato, ha provato ad acciuffarmi ma aveva le mani sudate, sudatissime, bagnate, liquide e liquefatte. Ho sentito il vuoto.

Racconti | Mani sudate | Alessandro Tesetti

*In copertina un’opera di Joan Miró