Una promessa senza speranze

Leggendo La promessa di Damon Galgut non si può non fermarsi ad ascoltare una voce letteraria che in sintesi ne comprende altre. La prima è quella della letteratura delle epopee di famiglie che raccontano la stessa storia da differenti punti di vista. Qui viene in mente Mentre morivo, ma se parliamo di epopea ecco che si risente immediatamente quella voce più ampia per cui l’epos abbraccia sempre qualcosa in più. Questo di più è frequente nei romanzi contemporanei che polarizzano, più o meno sotto traccia, due razze o due popolazioni. Come nei romanzi di Colson Whitehead o quelli meno moderni di Natalia Ginzburg, o, ancora quelli che costituiscono una tradizione nazionale, anche Galgut sceglie di intromettersi nella voce narrante, ora velatamente ora più esplicitamente facendo leva sui suoi personaggi, con i quali intrattiene un vero e proprio dialogo, tutti elementi che rafforzano la direzione dell’epos. 

Vattene affanculo, dice il poliziotto, o ti rinchiudo di nuovo.

Se ne va affanculo, con un leggero balzo nel passo. Non è una notte terribile negli annali delle notti brutte, e sull’argomento Bob potrebbe raccontare una storiella o due, oh sì. Ha parecchia strada da fare per tornare alla chiesa che considera casa, ma non c’è motivo di accompagnarlo e, a pensarci bene, non c’è mai stato. Perché ci sta oscurando la vista, quest’uomo sporco e cencioso, che chiede compassione usando un nome che non gli appartiene? Perché ci fa perdere tempo con le sue storie? Insiste molto per essere notato, quanto è egocentrico, quanto è egoista. Non dedichiamogli altro tempo.

Meglio lasciarlo a metà del suo viaggio.

Poi c’è, chiara e forte, la voce dello scrittore sudafricano che sa di vivere in una terra unica dal punto di vista sociale, per le contraddizioni forti e le speranze disilluse. 

Sono buoni con te, sì, sì. Ma cosa pensi di loro? 

No, a loro non penso, signore. Faccio solo, non penso.

L’affermazione non è vera, ma Lexington non può rispondere sinceramente. Sente che il ministro vuole qualcosa, ma dargli ciò che vuole potrebbe mettere in pericolo la sua posizione. Nonè sempre possibile accontentare due bianchi contemporaneamente.

Il mondo è imperfetto, sì, ma in momenti come questo può essere intero…e via dicendo. È chiaro dove va a parare, come Rachel abbia fatto scelte miopi, che l’hanno insoddisfatta, ma alla fine sia tornata al punto di partenza, chiudendo così il cerchio.

La seconda è quella dei personaggi, forti, ben connotati, confinati, si direbbe, e per gli stessi motivi anche incredibilmente prevedibili e zuppi di debolezze.

Una terza voce, forse la più presente, è quella della decadenza, un mantra costante che attraversa la famiglia, i singoli personaggi e i rapporti fra loro, e sullo sfondo la società sudafricana, e resta come un ritornello inevitabile ogni volta che la narrazione sembri prendere altre strade.

Il salone è pieno zeppo di gente che ronza come un alveare di api. Astrid si immerge subito dentro, mentre sua sorella minore si ferma. Meglio restare sulla soglia. La soglia sembra il posto dove stare, né qui né là, né una cosa né l’altra.

Per questi motivi La promessa è un libro di movimento, frenetico, centrifugo in certi casi.

Non c’è bisogno di affrettare il momento dell’atterraggio. Lascia che l’illusione indugi mentre sei ancora in movimento, ancora senza una casa.

Anche se presto, ovviamente, dovrai scendere al piano di sotto. Un momento che teme, ma una doccia e dei vestiti puliti saranno di aiuto.

Così, ogni volta che i transiti delle anime sono in prossimità di un punto fermo, irrompe qualcosa a modificarne ancora l’equilibrio.

Aveva intenzione di concludere parlando loro dell’enorme generosità di Manie, anche nella morte, ma perde il filo. È ora di concludere piuttosto. Salta a una piccola barzelletta che aveva pianificato per la chiusura, ma sbaglia la battuta finale, così che a seguire è un silenzio triste e sconcertato. 

Tutto quel girovagare a caso è stato un preludio, una spirale che si stringe convergendo su un solo punto, cioè da dove hai iniziato, appena stamattina, anche se quella visita sembra trovarsi dall’altra parte di  una valle profonda e buia.

Il libro di Galgut, scrittore sudafricano insignito del Booker Prize, è tradotto da Tiziana Lo Porto e pubblicato in Italia da e/o. È sicuramente un libro sulle persone, come si deduce dall’esergo di Fellini, e sulla normalità, forse impossibile da identificare. In effetti né Anton né Astrid né Amor né i loro genitori sembrano normali, anche se in molte occasioni sembrano ricoprire loro malgrado una normalità, un’immagine tutto sommato stereotipata e apparentemente confortante, anche se nessuno di loro trae conforto dal proprio ruolo sociale o da quello cucito addosso dall’autore.

Le nostre voci non sono diverse dalle altre, hanno lo stesso suono e raccontano le stesse storie, con un accento che sembra calpestato, tutte le consonanti decapitate e le vocali bruciate. C’è qualcosa di arrugginito, macchiato di pioggia e ammaccato nell’anima, e traspare dalla voce.

Ma non dite che non cambiamo mai! Perché indovinate chi altro c’è oggi in prima fila, una parente onoraria. Guarda fino a che punto siamo arrivati in questo paese, c’è la governante nera seduta insieme alla famiglia!

Ma forse è normale la loro posizione nel meccanismo dei rapporti umani, ma all’autore piace sparigliare le carte, usare un linguaggio che mette in luce i limiti di ogni posizione e i dubbi di ciascuno di loro, lavorando spesso sul torbido della materia e dell’anima.

Gli sciacquoni dei tre gabinetti al pianterreno, non abituati a tanto viavai, sono stati tirati ventisette volte, portando via nove virgola otto litri di urina, cinque virgola due litri di merda, uno stomaco pieno di cibo vomitato e cinque millilitri di sperma. I numeri vanno avanti all’infinito, ma a che serve la matematica? In ogni vita umana c’è davvero solo uno di tutto.

Si siede accasciato, apparentemente senza grande convincimento, anche se va ricordato che questo pomeriggio è sceso nella stalla e ha sgozzato l’agnello che stanno mangiando adesso. Sì, gli ha tagliato la gola, un piccolo fiotto di violenza in mezzo alla sua impotenza, oh lo ha fatto sentire bene. 

Infine il Sudafrica, una terra di contraddizioni politiche e divisioni forse insanabili, mai troppo esposta nonostante il buon livello sociale dei protagonisti, forse condotti da un destino comune nascosto e autocompiacente.

C’è un vento caldo che soffia in quel momento, e nuvole nere che arrivano da est. Un tuono fa gargarismi nel fondo della gola del cielo. È ora di muoversi, e di nascondere in fretta ciò che altrimenti spezzerebbe il cuore. Le due donne sanno che non si rivedranno più. Ma perché importa? Sono vicine, ma non vicine. Unite, ma non unite. Una di quelle fusioni strane e semplici che tengono insieme questo paese. A volte solo a stento.

Recensioni | La promessa | Damon Galgut | E/O | 278 pagine