Se gli esìli fossero digressioni

Tre anelli, Una storia di esilio, narrazione e destino di Daniel Mendelsohn è un libro sui maestri della letteratura, come si può evincere dall’epigrafe dell’Inferno che ricorda l’immensa stima che Dante ebbe per il “suo” Virgilio. Il libro si compone di tre parti. La prima è intitolata Il lycée Français, e inizia così: «Uno straniero arriva in una città sconosciuta dopo un lungo viaggio. Da qualche tempo è stato separato dalla sua famiglia; da qualche parte c’è una moglie, forse un figlio. Il percorso è stato travagliato, e lo straniero è stanco».

Mendelsohn sta scrivendo di Odisseo, prima di cambiare discorso e raccontarci di quando diversi anni fa  è andato a cercare informazioni in Polonia per scrivere un libro su alcuni suoi parenti testimoni o vittime dei rastrellamenti nazisti, che poi sarebbe stato Gli scomparsi. Oltre al racconto personale Mendelsohn riflette su come l’atto del ricostruire la memoria sia un confronto secco con la consapevolezza che le cose scompaiono e che prima di scomparire possono essere ricostruite. I tentativi di ricostruzione sono tentativi di repliche dell’originale, un’operazione intellettuale che può essere altrettanto faticosa anche in campo creativo.

Ogni volta che cercavo di intraprendere un nuovo progetto, mi sentivo come uno degli anziani testimoni o sopravvissuti di cui avevo scritto: un girovago senza più una patria, giunto in un luogo totalmente sconosciuto, incapace di procedere oltre.

Tre anelli è una storia di esilio nel senso che si occupa della fatica che può sorgere dopo un tale lavoro di ricerca nella misura in cui scrivere può rappresentare allo stesso modo un esilio, una camminata sfiancante attraverso digressioni su digressioni che possono allungarsi ben oltre i presupposti e portarci al desiderio di abbandonare tutto, all’aporia, la mancanza di un sentiero, l’espressione usata da Odisseo per descrivere il mare e l’obbligo di trovare la propria via. Così Mendelsohn cita Omero e cita Van Otterlo, uno studioso del poeta greco che negli anni ’40 aveva pubblicato un libro intitolato La composizione ad anello come principio strutturale nei poemi epici di Omero. Ovvero: ti racconto una storia che mi porterà ad aprirne un’altra, che mi porterà ad aprirne un’altra, e un’altra, e un’altra…

Come Borges, che disse che la letteratura non fa che riprodurre eternamente due storie, quella di Odisseo e quella di Cristo, così Mendelsohn comprende che il suo incipit può essere un passepartout per parlare di chiunque, nella storia, abbia intrapreso un viaggio di migrazione. Perciò Tre anelli potrebbe diventare un libro sulla storia degli studiosi di Omero, così come un libro sulla storia dei viaggiatori nella storia, così come Omero stesso dichiarava di Odisseo che è polytropos, ovvero dalle molte svolte. Queste digressioni, questi anelli possono essere fondativi di uno stile, oltreché di un personaggio, che lo stesso Mendelsohn adotta, passando ora su personaggi specifici ora su discorsi generali, scegliendo, con un modo che ha trovato utile per organizzare il suo libro sull’Odissea, Un’Odissea: un padre, un figlio e un’epopea e che ora ri-adotta occupandosi da vicino di altri autori che in qualche modo riconosce come mentori e come intellettuali con una visione della letteratura simile alla sua. Per questo a metà capitolo inizia a parlare di Auerbach, in particolare del suo Mimesis, testo fondante della critica letteraria moderna, disciplina dell’autore, e del modo con cui pervenne alla stesura di questo libro, di cui Mendelsohn rintraccia proprio gli elementi costitutivi del suo libro, ovvero l’esilio come condizione che infine porta il destino alla narrazione. Del resto Mendelsohn gioca facile, trovando le corrispondenze che Auerbach aveva scritto usando Omero e la Bibbia, elementi opposti e complementari dello spirito interpretativo che è base della letteratura odierna.

Nel secondo capitolo, L’educazione delle fanciulle, Mendelsohn continua a deviare, partendo dalle coppie cercare-trovare e chiuso-aperto, prediligendo decisamente il secondo termine. Usando come metro di paragone la sua vita personale passa oltre il gesto della memoria attraversando ancora autori e personaggi della storia della letteratura. Questa volta cerca di rovesciare l’esilio di Odisseo guardando a Calipso, sulla cui figura l’autore francese Francois de Salignac de La Mothe-Fénelon aveva scritto un romanzo alla fine del XVII secolo, Les Aventures de Télémaque, dove si ritrova ancora la stessa trama divagante, che però «è di fatto un cerchio che si chiude alla perfezione […] ci sono divagazioni, longs détours, che alla fine però non conducono in un’altra direzione (dé-tours), ma in quella prestabilita: rivoluzioni che riportano al punto dipartenza, alla sorgente, ovvero, in questo caso, all’Odissea stessa, la fonte da cui sgorga la narrazione che Fénelon sembra essersi inventato di sana pianta.»

A questo punto la digressione di Mendelsohn ci porta a Proust, maestro di digressioni e in particolare «alle due strade che si possono prendere per fare una passeggiata partendo dalla casa della zia Léonie nel paesino di Combray, dove il Narratore e la sua famiglia trascorrono le vacanze di Pasqua.»

Come molti critici hanno osservato, l’emigrazione, i vagabondaggi, la fuga e l’esilio sono i tratti distintitivi degli strani romanzi di Sebald.

Ovviamente le due strade portano a simboli, storie, conseguenze e temi diversi fra loro, ma le conclusioni a cui Mendelsohn, come il Narratore di Proust, perviene, anche attraverso altri esempi tratti dalla Recherche, sembrano smentire il presupposto, come se in fondo la digressione finisca per unire, l’anello, nato per allontanare la narrazione, riporti tutto al punto iniziale.

Così il terzo capitolo, Il tempio, inizia come iniziava il primo, per ritrovare in quella definizione l’autore di Austerlitz, l’amato Sebald, autore i cui libri sono scritti con uno stile le cui digressioni sono delle boccate di ossigeno che seguono le onde del destino e delle scelte letterarie del suo autore.

Anche qui Mendelsohn passa in rassegna i suoi romanzi trovando diversi punti in comune con la sua esperienza, continuando a narrare saltando e deviando dal perno (qui Sebald-esperienza personale, per abbozzare una centralità), per tornare ai precedenti due capitoli, ad altre storie, impressioni, traiettorie che fanno di Tre anelli un libro che è un vagabondaggio, più che un esilio, una narrazione attraverso il tempo, un destino che si compie scrivendo. «Se l’anello di Proust ci appare come un contenitore pieno di tutta l’esperienza umana, quello di Sebald racchiude un vuoto: una destinazione a cui, come in una versione narrativa del paradosso di Zenone, la scrittura non riuscirà mai a farci arrivare.»

Recensioni | Tre anelli | Daniel Mendelsohn | Einaudi | 120 pagine

Previous articleEclissi
Next articleUno scrittore maiuscolo
Alessio Barettini nasce a Torino nel 1976, studia Lettere a Siena e poi torna a fare l’insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città, e quando non è in classe legge, fotografa, ascolta musica indie, suona la Fender Mustang o guarda film. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c’è stato due volte.