A Torti

Il belvedere era un cumulo di voci che si estendeva da un lato all’altro della piazza, i bambini erano vestiti a festa, il parroco apriva le mani fissando il cielo e la folla al ritmo delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie «di libertà, di santità». Raffaello continuò a scendere dalla torre, mi affacciai meglio alla finestra per cercare Matilde. Noi tre eravamo stati compagni di scuola, con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra – il paese, le campagne, la cittadina accanto a dieci chilometri, dove avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata venticinque anni prima, un altro giorno di Pasqua. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano borse, scarpe, cinte. L’avevo conosciuta a casa di una mia zia. Matilde era vestita di bianco, c’era appena stata la messa sulla terrazza – era vestita come si suole in una ricorrenza: una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e quasi alle caviglie, un laccio di seta legava il fiocco al collo anch’esso bianchiccio come quello dei nobili; mentre io non ero vestito da cerimonia, ero in tenuta da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da sportivo, con i nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena. Da lì avremmo fatto insieme medie e superiori, si sarebbe trasferita con me per studiare a Milano, vivendo nel mio stesso palazzo nei pressi di Porta Venezia. Poi si era sposata. Con uno. Avvocato come lei.

Mi squillò il telefono. Lo presi dal taschino della giacca, anche se già immaginavo chi stesse chiamando: mia madre era stata istruita all’uso del cellulare dai miei fratelli. Esitai per individuarne la posizione nella piazza: vicino alla farmacia, suo sogno di paesana era il figlio farmacista; perché la farmacia era un riferimento del paese, la famiglia Nardi i signori del paese, che abitavano in un palazzo sulla piazza principale. Non risposi. Ripartii, scesi le scale della torre fino in fondo, lo feci accarezzando le mura con la parte dei polpastrelli più vicina all’unghia, quasi a grattare. Mentre uscivo, i rumori e la luce mi vennero addosso. Mi addentrai. Addentrarsi nella folla durante una messa in piedi vuole dire essere passato in rassegna dalle mani, che ti sfiorano rugose per il lavoro, la cura delle case, e mi facevano perdere tra le carezze cosa ogni persona mi stava dicendo. Arrivai da mia madre. Indossava una camicia e un cappellino di paglia, era seduta su una sedia del bar. C’erano i miei tre fratelli, mio cugino, in lontananza si intravedeva mio padre. Lei mi disse: «Vai a prendere una bottiglia di minerale, a te la Pasqua non interessa».

Andai. Il barista era un lontano parente. «Vorrei una bottiglia d’acqua, naturale.» Lui rispose: «Puoi prenderla in frigo». Brandiva un’arancia. Andai verso il frigorifero. Non tornavo da un paio di anni, ero stato lontano dal paese, preso solo dalla carriera: due anni senza vedere nessuna delle persone con cui ero cresciuto. Se Massimo, il maggiore di noi, non avesse alzato la voce, forse non sarei più sceso. Presi la bottiglia. Pagai. Fuori si sentiva la predica di don Gino nelle casse. Mia madre aveva la mano in alto per ripararsi dal sole. «Va’ da tuo padre e digli che poco prima della fine della messa possiamo andare.» Le allungai l’acqua e mi avviai. Lui stava a braccia conserte, appoggiato a un palo, con i suoi occhiali scuri. Lo avvicinai, fece un sussulto. «Mamma dice che vuole andare via, fra non molto.» Si aggiustò le sopracciglia. Accennò una smorfia. Mise le mani in tasca. Fece uno schiocco con la bocca.

Presi la strada di casa. Era ancora presto, però ero un pesce fuor d’acqua sulla terrazza. Le strade di Torti erano strette e lunghe, «sghembe» le definivo, perché sembrava che un’armonia geometrica dei sampietrini non esistesse. Il pranzo di Pasqua della zia era celebre. Il numero degli invitati sarebbe bastato a renderlo famoso. I miei genitori sedevano ogni anno allo stesso posto, con il rigore metodico che li contraddistingueva: in fondo al tavolo, verso l’abitazione, poco prima del capotavola, uno dei signori più anziani. La festa era imbastita di bianco, i bicchieri affusolati. C’erano le uova, dipinte, di colori discordi, dal blu dell’acqua al colore spento della terra. Un fiocco di seta le ricopriva, doveva essere stato annodato con pazienza. Intorno ci proteggevano tre case di pietra, che davano l’idea di essere facili da perdersi sulla strada. I cinquanta e oltre personaggi al pranzo erano stati per me il ritratto preferito dell’umanità: c’era ogni caratteristica, non nascosta, tra le più disparate, per ciò era stato uno dei modi con cui avevo scoperto il necessario negli anni.

L’uomo di cui non avrei mai fatto a meno era il postino. Si chiamava Marco. Un tempo era stato tra le persone più giovani che incontravo. A Torti non rimanevano in molti: trovavano strade diverse, io stesso lo avevo fatto. Diventava un posto fantasma. Così Marco – si chiamava come il fratello che mi era meno simpatico – era stato un punto di riferimento, con la sua perenne allegria e gioia di stare in giro. Aveva il sorriso come espressione solita. Lo avevo conosciuto perché si fermava a parlare, d’estate quando la scuola era finita. Io, in giardino, lo stavo a sentire. Capivo di essere nell’angolo giusto per imparare qualcosa. A quel pranzo lo salutai, da lontano. I suoi ricci erano diventati grigi, non aveva più capelli sulle tempie. I solchi che gli deturpavano il viso si erano fatti prominenti, ora sembrava soffrisse. Mia zia metteva di lato un buffet. Partivo dal dolce, che con il vino mi piaceva in maniera particolare. Mi avvicinai a Matilde: «Quando torni a Milano?» Non ci sentivamo da settimane. «Torno martedì.» Mise il piatto sul tavolo e si sedette. Le feci cenno di avere capito. Scambiavamo poche parole di fronte a Ugo. Era diventato un rapporto ambiguo. Lui riusciva a essere geloso di me, che con Matilde condividevo qualcosa e che nella vita ero riuscito a costruire una carriera. Matilde aveva i capelli mossi, neri, che facevano delle brevi onde fino alle spalle; le labbra carnose, rosse le toccava spesso; la sua carnagione era olivastra. Prima di fare l’avvocata aveva intrapreso una carriera di cantante, per poi sfruttare la sua laurea, dopo il matrimonio.

Marco, l’uomo che era stato il nostro postino, mi guardò. Lo vedevo in fondo che stava solo. Gli feci un saluto e rispose. Si avvicinò. «Porti ancora le lettere a casa nostra?» Era a un paio di metri e non capì, glielo dovetti ripetere: «Porti ancora le lettere?» Questa volta la frase suonò peggio. «Sì.» Sorrise nel suo modo. Si era rotta la maschera di tristezza. I capelli bianchi, le tempie pelate, i solchi sul viso adesso mi sembravano segni placidi del tempo. «Sono venuto ieri per dare la posta a tua zia…» Abbassò lo sguardo e proseguì: «Aspetta in piedi, fuori al cancello, in vestaglia. Arriva in strada dopo che sono ripartito e ho fatto chiasso con il motorino, che tra queste mura rimbomba.» Ammiccai. Era Marco, una delle persone che avevo più stimato. Fece un cenno a una persona dietro di me. Dissi con imbarazzo: «Non vieni mai su, al nord?». Sentii appoggiare una mano sulla spalla. «Sei tornato, Luigi?» Una voce femminile. Mi girai. Era una donna che non ricordavo, i suoi lineamenti, e rimasi senza risponderle. Poteva avere una cinquantina d’anni; aveva i capelli dorati, il rossetto acceso, però lieve trucco. «Ti presento Sara. È del paese.» Marco indicò la donna. Lei annuì. Mi accarezzò la maglia. «Vado al buffet, sono arrivata ora.» Girò su sé stessa. Era la sua spina, Marco si mise a mangiare: «Ti ricordi? È un posto che chiamato come il contrario delle ragioni».

Racconti | A Torti | Federico Di Gregorio

Immagine: Lo stagno delle ninfee, Claude Monet, 1899

Federico Di Gregorio è nato a Teramo nel 1985. Collabora con riviste culturali e blog. Nel 2021 ha fondato Senzadieci, spazio su psiche, letterature e società.

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