L’arcipelago narcisista

L’arcipelago N è un gruppo di isole. Ognuno può riconoscerci un pezzo di sé, con una maggiore empatia o freddezza. Le isole descrivono specchi e desideri. Narciso buono è un modo di dire che il narcisismo, di base, può essere atteggiamento positivo. Prima che gli altri siano una tavola per riflessi e possano interessare solo per la capacità di dare un risultato indietro agli stimoli emozionali, rappresenta le fondamenta del miglioramento personale, del successo e dell’insuccesso. Lo psicoanalista Christopher Bollas ha coniato l’«antinarcisista», condizione di stagnazione psichica, che ostacola la realizzazione e si oppone «al proprio destino».

Condizione fino all’opposto, come, tra le tante citazioni letterarie, antiche e contemporanee, citate nel libro di Vittorio Lingiardi Arcipelago N, edito da Einaudi, la più esaltante il contesto è Dorian Gray, personaggio di Oscar Wilde, il cui esistere, legato a un ritratto, diventa centro del racconto per ambizioni crescenti, come l’inerzia, l’immodificabilità, il suicidio della ragazza che ama.

«Di solito usiamo la parola narcisismo con un’accezione negativa, perché tutti abbiamo subito gli effetti del narcisismo patologico. Ma c’è anche un narcisismo sano, che, in alcuni casi di sottovalutazione di sé, va stanato, irrobustito, valorizzato.»

Il libro è diviso in due parti: il caso mitico e il caso clinico. La prima rintraccia la narrazione dell’oggetto nella cultura classica, dal mito ad Ovidio a Gadda ed Enea, «come Icaro, quindi, tutti abbiamo indossato le ali di Dedalo».

La seconda descrive la partizione dei profili, dai narcisi ad alto funzionamento, caratterizzati da un’eccellente adattabilità sociale, ai narcisi fragili, la cui grandiosità immaginifica rimane nel desiderio. Vi sono poi i narcisi grandiosi, i maligni,

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Due vite

Eleganza, sprezzatura, vena ironica e arguta, sono questi gli elementi chimici e alchemici che rendono il Due Vite di Emanuele Trevi un libro bellissimo, misterioso e magico. Se dal titolo qualcuno potrà scorgere quell’opaca gravezza plutarchiana, bene, niente di tutto questo. Due vite narra la storia appassionata e tragica di due amicizie “letterarie”, quella dell’autore, Emanuele Trevi, fra gli scrittori italiani ed europei più intessuti di letteratura, più bagnato di eccentricità e stravaganza, e la figura di due scrittori amici, stroncati da morte prematura, Rocco Carbone e Pia Pera. Ispirato dal “dialogo dei morti” di Senza Verso, uscito per Laterza nel 2005, racconto squisitamente flaneuristico pesato dal lutto per la morte del poeta Pietro Tripodo, anch’esso scomparso al crocevia della propria esistenza, e dalla nettissima e implacabile lezione leopardiana, Trevi si apre al mondo concreto dell’amicizia, che è un rapporto che si mostra nel manifestarsi delle debolezze, dei punti di contrasto delle passioni e dell’egoismo. Due Vite è un romanzo di voci e di fantasmi, dove la biografia interiore dei protagonisti non volge mai al compiacimento, anzi, vira verso gli stati di grado drammatico, vuoi per l’amico Rocco verso gli stati bipolari e ossessivi, mentre, per Pia, nella illusoria felicità dei rapporti; per poi confusamente registrare l’inevitabile rovina di ogni rapporto sociale. Nell’ opera di Emanuele Trevi, la narrazione del “male oscuro”, si innesta in una prosa luminosa, la si direbbe spirituale, brillante, ammantata dalla “grazia interiore” di un nume tutelare come Cristina Campo. Eppure, la prosa è terribilmente esposta al gelido distacco tra il narratore e i protagonisti: Trevi sa bene che ogni buona letteratura deve lasciare da parte i buoni sentimenti

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